Articolo dello chef du fund Liborio Sacheli. Grazie!


Dopo quasi due anni sono tornato a teatro, e la bellezza dell’ultima fatica di Emma Dante, Pupo di Zucchero, ha fatto esplodere in un fragoroso applauso il pubblico del Teatro Carignano di Torino, tanto che gli attori sono dovuti uscire da dietro le quinte per cinque o sei volte. Un applauso atteso non solo dalla compagnia teatrale, ma anche dalla platea e dagli ordini di palchi, che hanno espresso il loro grande compiacimento nell’assistere alla pièce; ecco, quell’applauso mi ha fatto bene perché ha cancellato dalla mia mente, almeno per una sera, quell’altro applauso a cui abbiamo assistito lo scorso 27 ottobre al Senato, quando è stato affossato il DDL Zan attraverso la cosiddetta “tagliola”. 

Anche lì si trattava di un applauso di compiacimento, da parte di quella classe politica (non importa se di destra, o di sinistra, visto il risultato del voto) che è stata felice di negare l’estensione di diritti non solo alle persone LGBTQIAP+, sulla cui pelle si è effettivamente giocata questa partita, ma anche alle donne e alle persone con disabilità, che la propaganda populista ha deliberatamente messo da parte, dal momento che nessuna delle due minoranze (paradossale, sì, ma le donne potrebbero essere definite come l’unica maggioranza ad essere trattata come minoranza in un sistema di stampo patriarcale), era l’obiettivo.

Questa lunga premessa per dire cosa? Che l’affossamento del DDL Zan è stato una sorpresa? 

No, ogni tanto piacerebbe a tutte e tutti essere così naïf. Ma ancora più ingenuamente, forse quello che ha fatto male è stato vedere applaudire ed esultare, in un’aula come il Senato, per l’avvenuta negazione, per l’ennesima volta, di diritti, facendo crollare il sostegno ad una lotta che prima ancora di essere intersezionale è una lotta di civiltà, di umanità, di solidarietà. Perché la lotta per i diritti degli esseri umani ci riguarda tutte e tutti, e noi fundraiser ne siamo la dimostrazione, anche se non siamo tutte e tutti omosessuali, neri, donne, poveri, sieropositivi, malati terminali, in difficoltà.

Mi sono dunque tornate alla mente le parole di Mark, il protagonista del film “Pride”, pellicola vincitrice della Queer Palm a Cannes nel 2014: “Che senso ha sostenere i diritti dei gay se non si sostengono gli altri? O i diritti dei lavoratori e non quelli delle donne? Non lo so, è illogico”. Non sappiamo se nella testa dei politici ci sia questa logica, ma di certo possiamo trovarne un’altra nel film!

Partiamo dall’inizio, ovvero dal Gay Pride (a quel tempo la dicitura ufficiale non era ancora Pride, ndr) di Londra del 1984. Alla parata Mark Ashton, giovane attivista gay, porta con sé dei secchi, e chiede aiuto ad alcuni suoi compagni per sostenere i minatori. Cosa c’entrano dei giovani gay con i minatori, vi starete chiedendo? Il 1984 è l’anno in cui il governo di Margaret Thatcher continua a vessare la classe dei minatori. Nello specifico, Thatcher vorrebbe chiudere venti siti carboniferi, mettendo così a rischio più di ventimila posti di lavoro. A marzo i minatori iniziano a scioperare, e lo faranno per circa un anno, durante il quale non mancheranno picchetti, episodi di violenza e tentativi di militarizzazione da parte del governo. 

Mark allora decide di raccogliere fondi per esprimere solidarietà nei confronti di chi è in sciopero, perché a parte la censura cattolica non vede nessuna differenza tra gay e minatori. Con il suo entusiasmo riesce persino a coinvolgere Joe (Bromley), giovane omosessuale non dichiarato al suo primo Gay Pride, che ha la necessità di sentirsi parte di un qualcosa di più  grande (ricordiamocelo per dopo!), oltre a voler accettarsi e capire veramente chi è.

La marcia va bene, scherzando Mark dice che non ci sono state molotov perché la polizia si è spostata verso altre cause (e non perché sia stanca di ascoltare Donna Summer fuori dai locali gay), ovvero stanno facendo dei soprusi ai minatori, che hanno bisogno di essere sostenuti. Sulla scia della cifra raccolta alla marcia, circa 200 sterline, propone dunque la nascita dell’LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori), a cui aderiscono in sei, tra cui due ragazzi che cercano “qualcosa da fare insieme come coppia” (pensiamoci, potrebbe essere la nuova frontiera del peopleraising!), e un libraio, Gethin, il quale mette a disposizione la stanza sul retro della sua libreria e chiede se può entrare nel gruppo anche il suo compagno, Jonathan, un ex del Movimento di Liberazione Omosessuale (mai sentito parlare di alumni?). 

La prima sfida dell’LGSM sarà quella di mettersi in contatto con l’Unione Sindacale dei Minatori, che puntualmente riattacca non appena scopre chi parla dall’altra parte del telefono. Cosa fare? Donare in forma anonima? Eh no, questo è un gruppo di Gay e Lesbiche, che non hanno intenzione di nascondersi ulteriormente! Decidono dunque di bypassare il sistema, e di chiamare direttamente un gruppo di minatori di un paese del Galles, partendo dai dati a loro disposizione, ovvero l’elenco del telefono. Risponde una vecchietta, è fatta, un rappresentante dei minatori di nome Dai arriverà a Londra per accettare la donazione. Superato l’imbarazzo iniziale, Dai chiede a Mark di ringraziare i sostenitori da parte sua, ma Mark lo porta in un locale gay dove Dai potrà farlo di persona: il discorso accorato di Dai sui picchetti, sulla prima volta che ha parlato in pubblico e sulla prima volta in un locale gay sciolgono la platea, che inizia a donare ancora di più.

Ricordate Bromley? Ecco, la serata ad un certo punto svolta perché ad eventi come questo manca un fotografo ufficiale. Allora Bromley si offre volontario, perché i suoi genitori gli hanno regalato una macchina fotografica per i suoi 20 anni (l’età del consenso per gli omosessuali è stata 21 anni fino al 2001, ndr), e lui sarebbe molto felice di dare una mano. Abbiamo già detto peopleraising? 

Dai ritorna a Onllwyn e deve confrontarsi con il comitato, ovvero con il board che sostiene i minatori. Non sono tutti d’accordo sull’invitare l’LGSM come fatto in precedenza con gli altri sostenitori, perché potrebbero creare imbarazzo o mettere strane idee in testa ai mariti, anche se nessun gruppo ha mai raccolto così tanto e in maniera così costante. Si leva la voce di una volontaria, Sian, che è stata messa a fare i pacchi anziché alla mensa come aveva chiesto, e dice al comitato che l’LGSM deve essere invitato, e che si attiverà in prima persona per accoglierli al meglio.

Dopo il primo incontro (che non spoilero, ho già detto troppo) tra la comunità di minatori e l’LGSM e un bellissimo sentirsi comunità che potete vedere qui, la raccolta si struttura meglio, con slogan e comunicazione apposita per ogni campagna, come ad esempio THEY SHALL NOT STARVE (Non moriranno di fame, ndr) per la consegna dei pacchi alimentari, e telefonate di Natale personalizzate per ringraziare i donatori. Tutto bellissimo, fino a quando non viene pubblicato un articolo che deride i minatori per aver accettato il sostegno dei pervertiti. La libreria è oggetto di un attacco, ed è proprio in quel momento che Mark si illumina: non hanno mai avuto una visibilità tale, ed è per questo motivo che decide di organizzare un concerto, in grande. Viene preparato tutto il merchandising, magliette, spillette ed adesivi; si coinvolgono i Bronski Beat, trio synth-pop famoso per Smalltown Boy, inno della comunità omosessuale, e vengono coinvolti i giornalisti. Insomma, un vero e proprio evento di raccolta fondi. E sarà un successo, anche se una volta tornati a Ollnwyn scopriranno che il comitato ha deciso di non accettare più il loro sostegno (anche se più in là vedrete una cosa che vi farà dire “altro che muro dei donatori!”).

29 giugno 1985. Lesbian&Gay pride a Londra. Arrivano i minatori a supportare gay e lesbiche, non con un pulmino, ma con una flotta di bus. Non solo supportano il Pride, ma guidano la marcia in testa al corteo per solidarietà e riconoscenza di quanto fatto dall’LGSM durante lo sciopero dei minatori, durato quasi dodici mesi. L’anno successivo una mozione viene avanzata per includere nel manifesto del partito laburista i diritti civili delle persone omosessuali. Verrà approvata grazie al voto unanime di un sindacato, quello dei minatori.

Cosa possiamo imparare allora dalla visione di Pride?

PRIDE (2014)

Dove: Prime Video, solo in italiano (purtroppo).

Durata: 2h.

Consigliato a chi non vede il mondo in bianco e nero, ma ricerca la scala di grigi (e arcobaleno!), e a chi vorrebbe imparare a farlo. E soprattutto, a chi si commuove per un abbraccio, per una birra già pronta ad aspettarti, per il senso di comunità che ti avvolge quando sei parte di qualcosa di più grande.

Curiosità: il film è stato realizzato anche grazie ai fondi del BFI’S film fund della National Lottery, ma di questo (forse) parleremo un’altra volta!

 

Per saperne di più:

https://www.pridemovie.co.uk/

https://en.wikipedia.org/wiki/National_Lottery_Community_Fund

https://www.national-lottery.co.uk/life-changing

https://www2.bfi.org.uk/about-bfi/policy-strategy/film-forever

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