Non ce la faremo mai. O forse…

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Anche a te almeno una volta sarà capitato di pensare che lavorare nel non profit mica è tutto rose e fiori. Ci ho beccato? Sono quasi sicuro di si. Ma lasciamo un attimo perdere la questione delle retribuzioni; lasciamo perdere anche il topic “managerialità”; lasciamo perdere pure le misure pubbliche a sostegno del settore, la crisi e tutto il resto.

Invece, concentriamoci su come il non profit viene percepito oggi annus domini 2012. Ecco, le spine più grosse della rosa io le sento pungere quando chiacchierando si passa a parlare di quel che faccio: la fiera dei miti, dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Oh, chiaro: ogni settore e ogni occupazione ha i suoi, mica che chi lavora nel terzo settore sia la vittima sacrificale. Ma quel che a volte trovo irritante é quel pensiero piuttosto comune, figlio dei miti, pregiudizi e luoghi comuni di cui sopra, che esprime la convinzione che se lavori nel non profit, devi soffrire.

Prima di addentrarti nella lettura, ti avviso che oggi venerdì 15 giugno dalle 20:30 circa su Twitter potrai seguire la diretta del terzo ritrovo del Gruppo Triveneto Assif. Stasera cerca e usa l’hashtag #assif3v !

Il titolo di questo post è ripreso pari pari da quello di un articolo recente dell’ottimo blog di Davide Pozzi. In soldoni, in quell’articolo Davide si arrende di fronte all’impossibilità di mettere in sinergia politica e tecnologia. In questo post io (quasi) mi arrendo di fronte all’impossibilità di mettere assieme la realtà del terzo settore con la ricostruzione che ne viene tramandata.

Tutto parte da due articoli a firma di Achille Saletti, in cui il giornalista prima affronta il tema del gap retributivo tra profit e non profit, poi spiega che lavorare nel non profit e fare volontariato non è la stessa cosa (sigh!). Bene, il succo sta qui: nei commenti dei lettori, che tra “troll”, cittadini più o meno informati e detrattori rispecchia benissimo quale sia la consapevolezza sulle caratteristiche del terzo settore e quale sia la considerazione di cui, di riflesso, gode chi ci lavora.

Partiamo con:

screenshot di un commento a un articolo de Il fatto quotidiano

Questo da parte di chi ha la “sua fondazione”. Ma allora continuiamo su toni hard con:

E ancora (sigh) facciamoci del male (tanto nel non profit funziona così, no?):

Poi però, per pausa lenitiva, sentiamo la voce di uno che si è preso una bella lezione a causa della sua smodata ingordigia:

E quindi, diamoci il colpo di grazia con questa perla indimenticabile:

Prezioso. Un nichilista socialista e pure col beneficio del dubbio.

Bene, sarà una piccola parte degli italiani ad averla recepita così, ad averla interpretata così, a raccontarla così? No, io dico: purtroppo no: l’attesa é che chi lavora nel non profit debba produrre il massimo del risultato col minimo dei mezzi e essere disponibile a ricevere ogni tipo di ingiuria, critica e richiesta perché “le onlus –  e anche qui… – se vogliono fare una cosa o la fanno al massimo o non la fanno per niente”, perché se ti proponi alla comunità per qualcuno (e non pochi) devi diventarne il servo anziché esserne al servizio.

E poi, non so te, ma io vivo la difficoltà (reale) di far capire che lavoro faccio, non perché sia complicato descriverlo, ma perché gli schemi mentali ormai costruiti son proprio difficili da rompere; di dover precisare ogni volta che dove lavoro si, sono pagato e che no, non sono un volontario; che anche se sono volontario da una parte poi faccio quasi la stessa cosa come dipendente dall’altra e che tutto questo è compatibile e normale; che una società e un’associazione sono due cose diverse; che quando ti chiedo una donazione non ti sto fregando per forza di cose; che non serve ogni volta aggiungere “Si, ma chissà poi che fine faranno…“; che se lavoro nel sociale questo non vuol dire che non esistano sabati, domeniche e giorni di ferie; che se un giorno sono nervoso non sto tradendo un qualche codice etico; che non faccio “un lavoro strano”, se ci perdessimo 2 minuti a scoprirne i contenuti, e potrei andare avanti così ancora tanto.

A dirla come l’ho detta fino ad adesso, la risposta alla domanda: “Ce la faremo a far capire cos’è e come funziona il non profit?” può essere solo “Non ce la faremo mai”.

O forse… proprio noi che nel non profit ci lavoriamo, possiamo cominciare a cambiare le cose facendo uno sforzo in più: quello di divulgare. Il che comporta prendersi pesci in faccia, incazzature astronomiche, consolazioni, delusioni, rivincite, pause di riflessione, infine delle belle soddisfazioni. Dall’opera di divulgazione dipende il far comprendere che il terzo settore non è supplente dello stato o un hobby o un essere strisciante, bensì colonna portante del sistema di welfare (sanità, sociale, cultura, ambiente… tutto) e così i suoi lavoratori.

Si, divulgare è una faticaccia. Ma del resto, se non lo facciamo noi per primi, chi altri dovrebbe mai farlo?

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13 commenti su “Non ce la faremo mai. O forse…”

    • Così magari ci saranno altri straccioni che dovranno curare gli straccioni che curano gli straccioni… bel modello sano di sviluppo, di welfare e di sussidiarietà, nevvero? Grazie Valerio, un saluto e a presto!

  1. Caro Riccardo,

    grazie innanzitutto per aver sollevato la questione su cui, anche se già dibattuta in diverse occasioni in rete, è necessario insistere.

    Si tratta di riconoscere dignità a quanti lavorano (tra varie difficoltà) in un settore fondamentale per il welfare e l’economia del nostro paese.

    Vivendo dal di dentro il fattto di lavorare in ambito nonprofit, condivido molte delle tue inquietudini.

    Spesso ci si trova davanti a ignoranza (nel senso letterale del termine) riguardo all’esistenza e al funzionamento del mondo nonprofit o a un atteggiamento del tipo: “chi è di sinistra non può andare in barca a vela”; che re-interpretato e traslato nel lavoro nel sociale potrebbe trasformarsi in: “chi opera a favore dei più deboli deve farlo regalando il suo tempo altrimenti non è un vero aiuto verso il prossimo”.

    Ci si dimentica qui, per sbaglio o volontariamente, che qualsiasi settore lavorativo garantisce maggiori efficacia ed efficienza se il livello di professionalità e il livello di capitale umano a disposizione della causa sono elevati.

    Sappiamo tutti molto bene che il welfare non si regge sul volontariato, pur essendo questo un mattone importante dell’insieme.

    Sappiamo bene che non c’è nulla di male a ricevere il giusto compenso a fronte di un lavoro ben fatto. E questo è vero per qualsiasi mestiere. Sicuramente poi c’è da dire che come in ogni altro impiego il rapporto tra retribuzione e qualità dei risultati ottenuti è direttamente proporzionale e che la collettività non può che guadagnare se il mondo nonprofit fà un lavoro di sempre maggiore qualità.

    La questione è annosa e complessa e sarebbe interessante capirne le cause.

    Le prime tre che mi vengono in mente sono:

    – una politica debole di informazione sul nonprofit e di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche (a tal fine consiglio a tutti la lettura di questo articolo sul BlogFundraising: http://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/caro-governo-parliamoci-chiaro-che-ne-vuoi-fare-del-non-profit-e-del-fund-raising/).

    – l’adagiarsi sugli allori (e sulle ormai quasi vecchie politiche di welfare) delle organizzazioni nonprofit che per anni si sono tenute lontane da metodologie organizzative anche leggermente vicine al privato e investendo poco, perciò, in comunicazione, raccolta fondi e innovazione (restando spesso perciò delle sconosciute agli occhi del cittadino).

    – infine, una logica diffusa che vede l’intervento per l’inclusione sociale basato spesso sull’idea della carità (cosa buona e giusta ma che da sola non porta sviluppo). Chi opera a favore delle persone svantaggiare (ma il nonprofit non si occupa poi anche di ambiente, cultura, ricerca e di tante altre cose che poco hanno a che fare con la carità?!) percependo un compenso economico non sta facendo della carità e quindi viene visto con una sfumatura d negatività da molti. Il tutto contro ogni sano principio di sussidiarietà, policy network e partecipazione della società civile.

    La questione non è semplice e scusa se mi sono dilungato! Per tutti i lettori invito a seguire su Twitter @baleiaorg e il blog http://www.baleia.org/blog

    Un abbraccio, Simone

    • Simone, oggi non ce la faccio proprio a risponderti per bene, il tuo commento è davvero prezioso, fa una sintesi chiara di molte questioni e per questo lo ripenderò con calma. Intanto lo promuovo sui vari socialcosi e quoto la seconda causa che elenchi: “l’adagiarsi sugli allori (e sulle ormai quasi vecchie politiche di welfare) delle organizzazioni nonprofit che per anni si sono tenute lontane da metodologie organizzative anche leggermente vicine al privato e investendo poco, perciò, in comunicazione, raccolta fondi e innovazione (restando spesso perciò delle sconosciute agli occhi del cittadino)”. Qui bisogna assumersi le proprie responsabilità, c’è poco da fare, anzi tanto quando ci si trova a dover ricostruire un’immagine sostanzialmente rovinata. Grazie Simone, di cuore!

  2. Ciao Riccardo,appunto di getto, senza aver riletto il tuo articolo e i commenti…
    sono molto d’accordo con te, le riflessioni che porto:
    – credo sia un grosso errore riunire in una sola parentesi ciò che sono le associazioni di volontariato -completamente volontariato, dove non ci sono stipendi dipendenti e dove a fine anno il bilancio annovera lo 0 fra le righe di excel- e tutto ciò che è organizzazione non profit, coop. sociali ecc. che forniscono servizi ai cittadini in supplenza, in convenzione, in appalto o che dall’ente pubblico. in sostanza sono fermamente convinta che si tratti di faccende diverse, lontane, talvolta interdipendenti e che per fortuna collaborano, ma di fronte all’opinione pubblica devono essere distinte.
    – Questo consentirebbe sicuramente la valorizzazione di entrambi gli apporti e caratteristiche richieste per entrare a farne parte, sia per quanto riguarda la professionalità richiesta, la retribuzione, ciò che in ogni ass. si può o non può fare…il volontariato che supplisce interamente al servizio è un errore, per l’oggi perchè non lo fa con professionalità, per il domani perchè non è garantita costanza, per chi riceve il servizio e per chi lo eroga.
    – fa molto comodo però a molti “enti no profit interessati al profit” questa confusione, vd l’esempio scritto dal giovane da te riportato, o la questione che ha fatto tremare le coop. sociali venete l’autunno scorso
    – per chi ci lavora…è uno smacco, si arriva a sentirsi “lavoratori di serie B”, cittadini che godono di eterei privilegi e che non conoscono la fatica, quando invece ne mastichiamo molta…
    io ci credo nel no profit, in quello che racchiude tutti coloro che reggono il welfare state italiano…ma resisteremo ancora a lungo?

    • In teoria non ci sarebbe nulla di assurdo a immaginare un’associazione di volontariato che equipari per costanza, professionalità e risultati un ente organizzato con personale retribuito. Anzi, in pratica a volte capita di incontrare gruppi di volontariato vero di bravura tale da farti dire “Cos’hanno in più?”. A conti fatti però quel che preme é, come dici tu, far percepire all’opinione pubblica che non profit e volontariato sono due cose vicine ma diverse e che il lavoratore del non profit va considerato 1) come un lavoratore 100% 2) come un lavoratore equiparato ad ogni altro lavoratore 3) come un lavoratore che partecipa alla produzione economico-sociale-culturale-ambientale-etc del paese e per il quale l’assioma “sono più felice anche se mi pagano meno” non è necessariamente vero! Grazie mille Giulia, a presto!

  3. Riccardo, parli di un tema davvero caldo. Il Terzo Settore come pilastro del sistema sociale non è un concetto digeribile in tempi brevi, soprattutto arrivando – come è la situazione in Italia – da decenni di supplenza a carenze statali e conseguente considerazione del settore nonprofit come insieme di volontari (spesso scena porsi il problema delle competenze che i volontari devono avere per operare) che danno una mano. Una sorta di binomio “persone buone e volenterose e votate alla povertà vs. persone meno buone e interessate solo ad arricchirsi”. Insomma, ho semplificato ma giusto per dirlo in parole povere.
    Il problema è che questa semplificazione è anche quella che, culturalmente, è passata in questi anni.
    Non è semplice né immediato, di conseguenza, mostrare che il discorso sul Terzo Settore è ben più articolato e, oltretutto, ben più ricco di potenzialità.
    Fare cultura, ce lo ripetiamo spesso, è l’unico strumento. Insieme alla trasparenza, alla correttezza nella gestione, alle relazioni costruite e coltivate. Ma, prima di arrivare a questo, occorre raccontare le storie di chi nel nonprofit ci lavora, vuole vivere del suo lavoro e lo considera un modo di rappresentare se stesso dal punto di vista professionale.
    E allora ben vengano le occasioni di confronto, le conferenze, la comunicazione.
    Chiudo con una storia personale: a gennaio scorso sono stata invitata a parlare di cos’è il Fund Raising presso il centro di Coworking di Tortona (provincia di Alessandria) confrontando la mia esperienza di persona che lavora a partire dall’analisi organizzativa, poi affronta la comunicazione e tutto quanto il resto che chi fa questo lavoro conosce bene, con quella di una persona completamente diversa da me. Molto più giovane (e vabbè…), senza nessuna formazione specifica, con un approccio molto libero all’organizzazione nel senso che non ne aveva una per cui raccogliere fondi ma faceva (e fa tuttora) raccolta fondi per un progetto in Tanzania basandosi sul concetto di rete informale, senza policy di ringraziamento o rendicontazione se non quella derivante dal suo buon senso.
    E’ stato molto interessante ragionare partendo da background, approcci, impostazioni e modo di vedere alcune cose completamente diversi, ma devo dire che c’è stato uno scambio che ha fatto bene a entrambi e ha suscitato molta curiosità nei presenti, tanto che abbiamo riprogrammato iniziative sugli stessi temi per il futuro.
    Concordo con te: se non lo facciamo noi, se non ci raccontiamo, non credo possano farlo altri…a meno di lasciare la parola a chi, magari scottato, scrive i commenti che riporti nel tuo post.
    Ciao!

    • Allora come si può cominciare a divulgare in maniera sistematica? Io dico questo: Vita (la cito per esempio di leader di settore) parla di non profit ma, se vogliamo per forza di cose, …al non profit! Quali sono i luoghi, i modi, gli argomenti per arrivare a chi non fa differenza profit/non profit/pubblica amministrazione e esporre loro una maniera più corretta e consapevole di interagire con le varie parti? Grazie Simona, a presto!

  4. Ciao Riccardo,
    questo è il mio scontro quasi quotidiano.

    Io nel mio piccolo continuo a provare a spiegare, ad incazzarmi e a ripartire a spiegare.

    Quando il tempo impiegato per una cosa supera alcuni limiti non è più sostenibile possa essere volontariato; non è sostenibile per la persona (ovvio), per l’ente (le garanzie sul portare avanti quello che si sta facendo calano) e per la cosa stessa per la quale si sta lavorando (spesso è necessaria una precisa professionalità ed affidabilità).

    E’ importante chiarire che non esiste l’equazione no-profit = volontariato.
    E che per assurdo di volontariato si può anche morire di fame.
    Paolo

    PS: da ingegnere convertito per fortuna ho sempre l’arma dialettica del: se facessi il programmatore professionista quanto prenderei in un’ora? se dessi ripetizioni quanto prenderei in un’ora?
    Di fronte a questo di solito la gente inizia a ragionare…

    • Ciao Paolo, probabilmente il problema se lo pone solo chi come noi rischia di vivere la confusione (agli occhi altrui) lavoro/volontariato. Un macellaio, un banchiere, un netturbino, un dee jay, un assicuratore, un archivista vivrebbero questa ambiguità se nel tempo libero facessero volontariato da qualche parte? Lavoriamo in ambiti poco codificati e poco riconosciuti, anche se (a volte, molto) produttivi sotto l’aspetto sociale ed economico. Anche qui, responsabilità nostra portare alla luce la pregnanza della professionalità e della competenza nel settore per avere una produzione che sia all’altezza dei bisogni e delle aspettative della comunità che ne fruisce. A presto, stay tuned! 😉

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