Spunti per un’antropologia minima del dialogatore diretto

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Da qualche giorno, grazie alla segnalazione di Francesco Fortinguerra, in alcuni blog italiani sul fundraising (in particolare grazie al contributo di Elena Zanella e alla sana provocazione di Massimo Coen Cagli) e nei gruppi dedicati alla raccolta fondi di Linkedin e Facebook imperversa il dibattito sul dialogatore/piazzista/vu’ cumprà di buone cause, il simbolo del fundraising per il “cittadino medio” che neanche tanto di rado si trova a incrociarlo per strada.

A scopo di criticare, ironizzare e riflettere, condivido con te alcuni spunti per definire un’antropologia minima del dialogatore diretto. Ma perché, ti starai chiedendo? Perché da giovane e magari tuo coetaneo ho fatto le mie esperienze di dialogo diretto, sono stato fermato tante volte per strada con più o meno garbo e stile, ma soprattutto perché sento una forte acidità di stomaco quando penso alla condizione del dialogatore diretto-tipo: in due parole, giovane (e) squattrinato. E per questo, disposto a molto e facile preda di abili venditori di illusioni (alcune agenzie di marketing e certe grandi onp), che sono i primi responsabili della brutta immagine che si porta dietro il dialogatore.

La popolazione cui appartiene il dialogatore/piazzista/vu’ cumprà di buone cause (da qui in poi “dialogatore diretto” o “dialogatore“) presenta alcune caratteristiche comuni con altissima frequenza. Il contributo di osservazioni e testimonianze dirette o indirette raccolte in ripetuti incontri con intere generazioni di dialogatori diretti consente ormai di stilare una lista dei tratti salienti di questa specie:

  • il dialogatore diretto é giovane (tipicamente, tra i 20 e i 30 anni)
  • il dialogatore diretto studia all’università, oppure é inoccupato, oppure é disoccupato
  • il dialogatore diretto accetta il lavoro perché gli viene prospettato di mettere da parte soldi facili e divertendosi pure
  • il dialogatore diretto viene affascinato dalla réclame di “guadagni interessanti, spostamenti in tutta Italia, lavoro di squadra, formazione continua e percorso di sviluppo personale”
  • il dialogatore diretto spesso crede, con intelletto onesto e cuore pulito, nella possibilità di contribuire a cambiare il mondo
  • il dialogatore diretto evidentemente spesso viene selezionato non perché ha le giuste caratteristiche personali, ma perché si presenta ai colloqui di gruppo. E basta.
  • il dialogatore diretto sovente non viene istruito sulla causa che propone di sostenere. Una cartellina in mano letta un’ora prima può bastare
  • il dialogatore diretto, quando viene informato sulla causa che propone di sostenere, solitamente conosce il progetto e il nome dell’ente che rappresenta, ma non conosce la mission, ignora gli altri suoi programmi, non ha mai toccato e forse mai toccherà con mano di cosa si tratta
  • il dialogatore diretto impara da alcuni formatori che persuadere significa suscitare sensi di colpa e per questo usa ricorrere, con poca coscienza della gravità, a frasi del tipo: “Ma come, non le interessa salvare un bambino?” o “Ma non te ne frega niente dei piccoli di foca?
  • il dialogatore diretto sovente soffre la sindrome della “carne da cannone”: stai per strada o in aeroporto senza aver capito bene perché e per cosa, accetta di buon grado il poco che ti viene offerto, la responsabilità di riuscire o meno alla fine é solo tua, mica di altri
  • il dialogatore diretto (e ancora di più la dialogatrice diretta) viene erudito sul fatto che essere ammiccanti e carini funziona anche più di essere preparati sulla causa
  • il dialogatore diretto a fronte della formazione praticamente nulla di cui sopra, deve anche saper accettare periodi di prova non pagati
  • il dialogatore diretto non per forza conosce le caratteristiche del settore non profit. E comunque nessuno si preoccupa di erudirlo.
  • il dialogatore diretto perciò non coglie la differenza tra il suo lavoro e quello di un venditore di pentole o di cioccolatini (per altro mestieri rispettabilissimi – davvero)
  • il dialogatore diretto non sa come vengono usate le donazioni raccolte (perché ignora i costi della raccolta fondi, al di là del grafico a torta che usualmente espone a chiusura della presentazione)
  • il dialogatore diretto in alcuni casi, in ragione di tutte le cause di cui sopra, gira a vuoto nell’area assegnatali o resta fermo allo stand evitando di fermare chicchessia, generando un senso di tenerezza infinita.
  • il dialogatore diretto vive pochi mesi. Poi muta in qualcos’altro
  • il dialogatore diretto dopo che é mutato di solito parla male della propria esperienza

Si discostano dalla specie alcuni esemplari difficili da incontrare, dotati di qualità del tutto peculiari. Le rilevazioni statische infatti descrivono l’esistenza di una popolazione più cospicua:

  • il dialogatore diretto preparato, convinto e coinvolgente, consapevole del proprio ruolo nel settore non profit, rispetto all’organizzazione che rappresenta e del progetto che propone
  • il dialogatore diretto di professione, che é riuscito a costruire la propria carriera pluriennale nel face to face
  • il dialogatore diretto sopra i 40 anni
  • il dialogatore diretto che davvero conosce la squadra degli altri dialogatori diretti con cui condivide la giornata

Infine ci sono alcuni avvistamenti irrilevanti ai fini statistici ma meritevoli di attenzione:

  • il dialogatore diretto che nella stessa giornata é stato avvistato ad una fiera veneta con addosso prima il pettorale di una grande onp e poi di un’altra
  • il dialogatore diretto che manda a c****e il passante che all’ultimo cambia idea e non sottoscrive il RID
  • il dialogatore diretto che rifiuta al potenziale donatore di aprire un RID per una quota mensile di valore inferiore a quella suggerita
  • il dialogatore diretto che non sottoscrive nessun RID nè si preoccupa di farlo, ma alla fine si porta a casa (sua o dell’agenzia?) la ragazza che ha fermato un’ora prima

PS: ma non dimentichiamo che se il non profit italiano fosse coeso, capace di vera autocritica, improntato a una cultura del coinvolgimento, generoso e non timoroso di confrontarsi, capace di vera trasparenza sui conti, impegnato a fare cultura del fundraising e della filantropia, presente nelle istituzioni non per comodo ma per responsabilità sociale, forse fare il dialogatore diretto sarebbe un gran bel lavoro.

PPS: su questi schermi prossimamente: come impostare il dialogo diretto nella tua piccola o media organizzazione non profit, partendo dalle esperienze e testimonianze di chi lo ha già fatto, di chi ci ha provato e di chi lo sta facendo. Per rispondere alla domanda: si può fare dialogo diretto nelle piccole organizzazioni non profit? Condividi ora le tue impressioni!

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32 commenti su “Spunti per un’antropologia minima del dialogatore diretto”

    • Ciao Elena, grazie a te di dedicare del tempo a leggere queste mie riflessioni facete. L'impegno é quello di muovere la riflessione e il dibattito anche fra i miei coetanei, potenziali o già passati protagonisti di questi scenari!

  1. Questo che dici è il problema di fondo che hai centrato in pieno.
    "ma non dimentichiamo che se il non profit italiano fosse coeso, capace di vera autocritica, improntato a una cultura del coinvolgimento, generoso e non timoroso di confrontarsi, capace di vera trasparenza sui conti, impegnato a fare cultura del fundraising e della filantropia, presente nelle istituzioni non per comodo ma per responsabilità sociale, forse fare il dialogatore diretto sarebbe un gran bel lavoro."

    • Già, il problema di fondo é questo: tanta roba eh, Francesco? Ma come sappiamo bene, al cuore di tutto c'è la mission: e perché tutto questo non é naturalmente compreso nella mission del settore non profit nel suo insieme? Domande che esigono risposte!

  2. Ciao a tutti. Dopo il post di Riccardo sull’antropologia del dialogatore, intervengo anch’io sulla questione cercando di dare il mio contributo. Avevo già commentato questa notizia sul blog di Valerio Melandri, ma solo dal punto di vista della dignità del lavoro.

    Ho letto tutti i commenti e mi sono andato a guardare il sito di World Vision (in particolar modo le pagine dedicate ai valori e all’advocacy) così da essere almeno un po’ documentato. Mi spiace un po’ che nell’articolo non sia citato anche il nome della società di marketing che ha fornito il servizio, sarebbe stato interessante approfondire anche questo aspetto. La prima considerazione è che tra i protagonisti della vicenda non ci sono fundraiser, quindi dal punto di vista dell’Associazione mi sento coinvolto, per così dire, solo per ciò che riguarda l’aspetto culturale e della percezione pubblica del fundraising.

    I tre protagonisti della vicenda:

    – gli studenti-lavoratori;

    – la società che ha fornito il servizio;

    – l’organizzazione nonprofit che lo ha comprato.

    Si noti che il donatore e il beneficiario non sono nemmeno presi in considerazione (in realtà il donatore sì ma è definito “preda” pertanto secondo me non coincide) e quindi secondo il mio metro di misura non siamo in presenza di fundraisng.

    Nessun commento riguardo allo strumento del face to face, perché ritengo che ogni strumento, per definizione, non è né buono né cattivo, dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa e da come lo si implementa. Forse una considerazione sull’uso delle parole: io non credo che “commerciale” sia una parola cattiva per definizione (letteralmente si riferisce pratiche di acquisto e di vendita, ma spesso viene usata anche come indicatore di efficienza e nel nonprofit non di rado indicata come modalità “stimolante” non necessariamente aggressiva), forse abbiamo bisogno di inventare, creare, avere delle parole che riescano meglio a spiegare i nostri punti di vista. Ma questo è un altro discorso.

    Veniamo ai protagonisti, in ordine di responsabilità:

    – lo studente-lavoratore. Capisco che vi è un bisogno di lavorare, ma credo anche che vi sia una soglia di dignità sotto la quale non si deve andare(e non conviene, lo dice lo stesso autore dell’articolo). Faccio un esempio su me stesso: ho lavorato per una importante istituzione nazionale la quale però mi paga “non prima di 365 giorni”… cortesemente ho chiesto di cancellare il mio nome dai loro fornitori e vi assicuro che anche io ho bisogno di lavorare, ma alcune condizioni non sono accettabili semplicemente perché ingiuste.

    – La società fornitrice i servizi: dalle organizzazioni for profit io mi aspetto competenza e professionalità, altrimenti non compro i servizi e in questo caso non mi pare che questa impresa abbia rispettato questi presupposti. Saranno probabilmente bravi a fare marketing, ma mi sembra che i fatti dimostrino che con il fundraising non se la cavano per niente bene. Direi anche di più, mi sembra che, almeno da come è scritto nell’articolo, si occupino di tecniche di vendita superate anche nel mondo for profit.

    – World Vision: qui secondo me sta il vero nocciolo della questione! In questo mi pare possano riassumersi tutti i commenti che ho visto. Anche a me sarebbe piaciuto molto leggere qualcosa da parte di questa organizzazione e invece il loro silenzio sembra confermare l’opinione che la maggiore responsabilità sta proprio qui, almeno per due ragioni:

    1) la scelta del fornitore. Se ho un problema all’impianto dell’acqua chiamo un idraulico, se ho un problema all’impianto elettrico chiamo l’elettricista, perché se ho una necessità di fundraising chiamo una agenzia di marketing?

    2) il silenzio: se poi il mio fornitore mi crea un danno (di immagine in questo caso) che faccio, sto’ zitto?

    Sta quindi in capo all’organizzazione che decide gli obiettivi di fundraising, che sceglie i fornitori, che determina gli strumenti e i metodi la responsabilità maggiore dell’accaduto (se visitate il sito vi renderete conto che questa organizzazione è sufficientemente competente in materia), e quindi giustamente il quotidiano la cita. E’ su questo che secondo me dobbiamo intervenire, siamo alla questione più annosa del nostro sistema nonprofit: senza offesa per nessuno, ma è guidato da una classe dirigente che ha un profondo bisogno di rinnovamento (non è il solo settore nel nostro Paese che necessita di questo, ma ciò non mi consola per niente, anzi!).

    Per concludere, sposterei quindi l’attenzione dallo strumento al soggetto che lo mette in pratica. Se l’ONP facesse bene il suo mestiere, nel rispetto dei valori e secondo i principi ben ricordati da Elena nel suo post, il problema non esisterebbe, perché le decisioni che seguirebbero “naturalmente” sarebbero condivisibili e quindi avremo il risultato che a fare fundraising sarebbe chiamati fundraiser, adeguatamente formati e retribuiti (e che molto probabilmente darebbero anche risultati migliori) oppure dei volontari, in questo caso formati e non retribuiti, ma sempre con in mente i due aspetti senza i quali non esiste fundraising: il donatore e la mission, quindi i beneficiari dell’azione dell’ONP.

    Detto questo, che cosa possiamo/dobbiamo fare? Perché, fatta l’analisi, poi servono proposte. La prima che mi sento di fare è quella di riaffermare che l’Associazione Italiana Fundraiser con tutti i suoi soci è a disposizione per chiunque desideri avere informazioni sul tema, se a qualcuno viene fatta una proposta lavorativa nel settore, siamo pronti, con l’aiuto dei nostri consulenti, a dare informazioni, opinioni, suggerimenti e consigli. Stessa cosa per le ONP , è chiaro che non forniamo informazioni su questo o quel fornitore, ma possiamo mettere a disposizione le esperienze dei soci e la grande competenze di cui sono in possesso. Infine siamo a disposizione per realizzare iniziative e proposte che vengano da queste pagine e da coloro che vi scrivono.

    Alla prossima.

    • Grande Luciano. La sintesi che ci voleva. Ed é sempre con certa soddisfazione che più aumentano le tensioni e sorgono situazioni scottanti, più si fa chiaro che la questione culturale su fundraising e filantropia siano al cuore della questione. Perché come dici tu lo strumento non é nulla di per sè, sono l'uso che se ne fa, l'approccio con cui lo si usa, la finalità ultima che lo indirizza a determinarne la bontà o la viziosità. Insomma: il dialogatore dovrebbe stare in piazza consapevole che é lì per avvicinare la mission al donatore, non per raccogliere una donazione. La differenza di coscienza é abissale.

  3. Il dibattito che si è creato sul dialogo diretto nel fundraising italiano è molto interessante e speriamo sia utile a migliorare la qualità del face to face sia lato utente sia lato dialogatore.

    Questo bel contributo "antropologico" aiuta a far luce e a chiarire ancor meglio la questione!

    • Ciao Simone, grazie del tuo commento! Il mio contributo "antropologico" fra il serio e il faceto vuole essere utile a stimolare qualche riflessioni fra chi il f2f lo fa, sta pensando di farlo o lo ha già fatto e sono certo che molti potrebbero riconoscersi nella lista di cui sopra e hanno qualcosa da dire! A presto e grazie di nuovo

  4. Cia Riccardo, interessante articolo come sempre!

    Se devo essere sincero ho trovato tutta questa polemica particolarmente sterile. Per questo non ho mai sentito l'esigenza di mettermi in mezzo ma dato che volevi stimolare il dibattito e il confronto soprattutto con i giovani, mi ci butto nel mezzo…se non altro per illudermi di essere giovane ahahahhaha.

    Come in tutte le cose si tende a confondere la causa con l'effetto, recriminando o creando sensazionalismo sul risultato finale senza preoccuparsi minimamente di fare un piccolo sforzo e far girare il criceto nella ruota (ovviamente mi riferisco non alle discussioni dei blog ma all'articolo che purtroppo è anche solo ciò che la maggior parte delle persone extra settore ha potuto leggere).

    Il problema non sta nello strumento, né nei giovani ma neanche totalmente nel agenzie di marketing o fundraising che siano. Dal mio punto di vista il più grande problema è il non profit e le organizzazioni non profit.

    Il pensiero prevalente della spinta all'efficienza esasperata (devo spendere il meno possibile in assoluto), andando a sacrificare anche la dignità delle persone, soprattutto in questi tempi di crisi, è la scintilla che fa nascere ed esplodere situazioni come queste. Ormai sembra che il pudore e il senso di responsabilità siano cose extraterrestre. Ma non sono le ONG che si battono per lo sfruttamento del lavoro nel Paesi più poveri e poi in Italia si comportano come degli sfruttatori? Ma il principio di base del non profit non è forse la dignità della persona e il rispetto per il tessuto sociale in cui viviamo? Ma se navigando nel web trovo una offerta di stage in una medio-grande organizzazione che chiede come requisiti: laurea preferibilmente con specializzazione o master, esperienza precedente di stage o tirocinio, competenze altamente specialistiche, full time… e agevolazioni buoni pasto, quale è il livello di considerazione del valore di una persona e della sua dignità?

    Spesso di domando: se un'agenzia di face to face ti offre un servizio ad un costo inferiore, con un risultato atteso superiore (a cui lega parte del compenso), a nessuno dell'organizzazione viene in mente che dietro forse c'è qualcosa che non torna. Poi è logico che l'agenzia assuma con contratti indecenti, costringa il dialogatore ad adottare tecniche agressive, investendo pochissimo per la formazione perché altrimenti non avrebbe margini. I risultati sono poi davanti gli occhi di tutti.

    Sarebbe come se una persona ti offrisse un pc di ultima generazione a 100 euro, qualche dubbio ti dovrebbe venire.

    Il non profit ha adottato questo atteggiamento: non importa che risultato produco l'importante è che spenda poco e poi "occhio non vede [o fa finta di non vedere perché è più comodo], cuore non duole".

    Perché invece di scrivere articoli di questo genere la stampa non va a vedere le organizzazioni che veramente produco dei risultati concreti. Solo così si rimuove la causa e si elimina l'effetto. L'organizzazione vale per quello che fa e non per quelle che risparmia, i dialogatori potrebbero essere pagati di più, affronterebbero il lavoro con il sorriso sulle labbra e senza la spada di damocle sul capo di portare a casa almeno un rid altrimenti la sera non si mangia. Le agenzie potrebbero farsi concorrenza non sui prezzi ma sulla qualità del servizio e tutto il sistema si alimenterebbe in un circolo virtuoso.

    Lo so è un'utopia!!! Molti si sono scordati che nel non profit "Persone donano a persone per aiutare persone!".

    Bisogna iniziare a rompere gli schemi e spezzare questo spirale negativo che sta, granello dopo granello, erodendo le basi del sistema di fiducia che alimenta il non profit.

    • E' un'utopia finché rilfessioni, impeti e idee non vengono riordinate in un progetto. Ieri sera ho avuto l'enorme piacere di condividere la serata con colleghi al primo ritrovo del gruppo territoriale Assif del Triveneto. Soci o non soci, gli interessi e i valori condivisi sono tanti, si sente nell'aria e si può toccare.

      Poi, concordo pienamente quando dici: "L’organizzazione vale per quello che fa e non per quelle che risparmia, i dialogatori potrebbero essere pagati di più, affronterebbero il lavoro con il sorriso sulle labbra e senza la spada di Damocle sul capo di portare a casa almeno un rid altrimenti la sera non si mangia". E qui si entra nel grande tema di Melandri, la "Libertà di fundraising". E per arrivare ad essere liberi, c'è tanta cultura da fare, tra la cittadinanza e partendo dalle organizzazioni a fianco delle quali operiamo!

      Grazie mille del tuo commento Davide, davvero!

  5. Trovo particolarmente utile l'antropologia del dialogatore perchè ci permette di vedere in modo sintetico una varietà di fenomeni che accompagna questa pratica e che ancora di più dimostrano come il f2f accanto ad indubbi vantaggi economici abbia anche indubbi elementi di criticità.

    Tra le vrie sfaccettature quelle che mi hanno colpito (non me le aspettavo) sono quelli relativi alla istruzione: instilalre sensi di colpa, essere carine e accattivanti, non perdere troppo tempo con la mission e il settore non profit. Mi domando se e quanto questo sia un input formalizzato che ricevono dai famosi fornitori di servizi field marketing. Ossia se è una nostra deduzione oppure se è stato oggetto di istruzioni precise. Se fosse così saremmo veramente in presenza di una forte minaccia per tutto il settore e frose bisognerebbe farl smettere.

    Sarebbe veramente utile fare un monitoraggio valutativo da parte di un soggetto terzo del lavoro dei dialogatori. Una indagine tesa a mettere in evidenza ciò che non funziona ma anche ciò che funziona. Se io fossi nelle grandi organizzazioni ci investirei subito sopra tempo e soldi altrimenti sospetto che in poco tempo questa pratica si brucerà (come spesso capita a tanti strumenti di marketing) lasciando dietro di sè una insopportabile puzza in tutto l'ambiente non profit.

    Mi trovo straordinariamente d'accordo (lo si capisce) con le costatazioni fatte da Davide quando dice: Bisogna iniziare a rompere gli schemi e spezzare questo spirale negativo che sta, granello dopo granello, erodendo le basi del sistema di fiducia che alimenta il non profit.

    A presto

    Massimo

    • Ciao Massimo, il soggetto terzo a questo punto chi potrebbe essere? Ce ne sarebbe bisogno, allora chi si prende la responsabilità e l'impegno? Forse sarebbe utile (come emerso ieri al primo ritrovo Assif del Triveneto) pensare ad un'associazione italiana che fra i vari servizi possa offrire anche qualche buon consiglio a monte di operazioni massive e delicate come ad esempio quelle di dialogo diretto, parlando chiaro delle esperienze con le agenzie che forniscono il servizio. Quel che rimane scottante però é questo: le onp che vogliono investire in questo tipo di strumenti, sono davvero motivate a fare questo tipo di verifiche? O il miglior rapporto qualità/prezzo e la completa esternalizzazione del servizio sono davvero sufficienti a mettere in ombra le valutazioni etiche e deontologiche? Domande che restano aperte, in attesa che chi attua per primo risponda. Grazie del tuo prezioso contributo Massimo!

  6. Voglio aggiungere ancora un elemento, ovvero il suggerimento per le ONP di chiedere ai fornitori (non solo di F2F ma anche di telemarketing, per esempio) un giustificativo prezzi insieme al preventivo o all'offerta economica, come si fa nelle gare pubbliche.

    Anche se "fatta la legge trovato l'inganno" almeno così l'OMP si può tutelare meglio e – se è il caso – rescindere il contratto (magari incassando le penali per recuperare il danno economico o di immagine).

    @Davide, anche io penso che non si possa costruire un mondo migliore senza rispettare anche chi collabora con l'ONP, professionista o volontario che sia.

    • Quindi intendi un dettaglio prezzi che metta in evidenza i costi (e quindi i guadagni) dei dialogatori? Oppure intendi le descrizioni delle voci di costo?

      Se é questo che intendi, come dici tu sarebbe ottima norma, ma sinceramente mi meraviglierebbe scoprire che già non lo si faccia normalmente! Ok, non tutti hanno un responsabile acquisti in casa, ma per logica di investimento e di responsabilità sociale veramente minima, mi sembra un passaggio dovuto.

      Mi accodo poi a te e Davide: un mondo migliore passa necessariamente da lì! Grazie Silvia del tuo contributo alla discussione!

      • Caro Riccardo, hai interpretato bene, il giustificativo prezzi è una dichiarazione dell'aspirante fornitore che specifica con che tipo di risorse intende realizzare un'attività, quante per tipo, con quale inquadramento contrattuale e con quale retribuzione ed è solitamente richiesto nelle gare del settore pubblico. Se i conti non tornano si può essere esclusi dalla gara, oppure un concorrente può fare accesso agli atti per verificarne la correttezza e far annullare l'aggiudicazione.

        Non mi sento di scendere in dettagli, ma è ovvio che se un'azienda for profit (per il F2F o altro tipo di direct marketing) applica prezzi particolarmente bassi (alzando il ROI della campagna, battendo la concorrenza e accontentando le richieste dell'ONP) vuol dire che paga le risorse talmente poco da avere comunque un certo margine, oppure, ed è un altro caso non infrequente, vuol dire che imbroglia sui contatti utili, sui pezzi postalizzati o altro parametro di offerta.

        Non voglio fare polemica, ma in questo contesto "occhio non vede" non mi pare proprio l'atteggiamento giusto.

        • Scusa il ritardo con cui ti rispondo, comunque ti "quoto" completamente! Lasciamo dire però che fa parecchio ridere dover ribadire questi concetti: ma cosa parliamo di finanza etica, investimenti socialmente responsabili, filiere produttive etiche e via dicendo se un'organizzazione non profit non si cura nemmeno di ficcare un po' il naso nell'effettiva qualità dei servizi che compra? Mah! Su le maniche e diamoci da fare! 🙂 Grazie e a presto!

  7. Bravo Riccardo hai davvero centrato il punto! Io ho avuto un'esperienza di 1 anno e mezzo prima come dialogatore e poi come team leader in una agenzia di marketing di Milano 3, Basiglio.

    Il lavoro è bellissimo, anzi potrebbe essere bellissimo. Si raccolgono fondi per cause umanitarie importantissime, lo si fa in gruppi di persone nei quali spesso si instaura anche un clima molto bello, si condivide il lavoro giornaliero e si diventa anche amici.

    Però poi il problema è che a fine mese non si mangia.

    Questa agenzia propone contratti di prestazione occasionale (ritenuta d'acconto) e obbliga le risorse che stanno per molto tempo ad aprirsi la partita iva. Ma ve lo immaginate persone che guadagnano da 400 a 1200 euro al mese con una partita iva? La partita iva ti mangia il 50% dello stipendio, quindi a tutti gli effetti non si mangia!

    Certo poi capisco che è conveniente per l'agenzia, certo poi capisco che le agenzie offrono servizi a costi minori ed hanno risultati alti. Non pagano i lavoratori, ecco come fanno! E purtroppo credo che alle ONG non importi un fico secco di come siano pagati i dialogatori che, indirettamente, lavorano per loro. L'importante è i fondi che raccolgono.

    Ma l'equivoco è che a tutti gli effetti i dialogatori sono anche degli strumenti di comunicazione. Veicolano un messaggio, la mission dell'ente. Si trovano anche a fare front office per l'ente. Ed è un aspetto sottovalutato, ma importantissimo. Non viene però riconosciuto. Vengono pagati solo se portano a casa quelle stramaledette RID. Che poi non sempre è possibile portare a casa. E tutto questo genera un senso di frustrazione che di fatto costringe il dialogatore ad essere aggressivo con le persone.

    Potrebbe essere un gran bel lavoro, ma non a queste condizioni!

    • Ciao V.G.M. (?) grazie della tua testimonianza! Quando dici "i dialogatori sono anche degli strumenti di comunicazione. Veicolano un messaggio, la mission dell’ente. Si trovano anche a fare front office per l’ente." credo tu esterni una realtà dirompente e enormemente sottovalutata dalle onp committenti. Di fatto il dialogatore, per quanto tu possa esternalizzare il servizio, per le persone che incontri equivale a un interno dell'organizzazione! Che ne sanno loro dei contratti tra committente e fornitore? Nulla! E in questa confusione e nello sfruttamento che tu racconti, come può essere quello del dialogatore un lavoro "pulito"? Grazie davvero, segnalo il tuo commento anche su altri blog che stanno parlando di questa questione!

      • Beh è pulito per quanto riguarda i dialogatori che lo fanno e mentre lo fanno credono davvero di fare qualcosa di buono! Non dimentichiamoci che il lavoro è pesante e si è preda della maleducazione della gente, in alcuni casi davvero gratuita!!!

        E' sporchissimo se ci si riferisce ad alcune agenzie di marketing: IDMC su tutte!

  8. Io dopo solo 4 giorni di lavoro sono stata mandata a casa perché "non producevo abbastanza per l'azienda profit". Eppure in 4 giorno ho portato a casa 5 RID completi..ma non bastano! Le aziende non te lo dicono ma grazie alla testimonianza di un'amica che ha svolto questo lavoro prima di me, purtroppo se non completi almeno 10 RID nei primi 4 giorni…sei fuori! Io studio infermieristica, e so bene cosa vuol dire aiutare le persone, dare loro assistenza e speranza che ogni male fisico/mentale può e deve essere risolto! Però purtroppo le aziende profit ti impongono delle tecniche commerciali da ripetere a pappagallo per convincere la gente a lasciarti l'iban per fare una donazione! Io credo nelle associazioni no profit e un giorno finiti gli studi vorrei andare io di persona a dare il mio aiuto! Ma lavorando con le aziende profit la passione e spirito che l'infermieristica mi ha trasmesso in questi anni di studio non hanno dato buon frutto. Perché? Credo molto nella mia futura professione, ma ripetendo a pappagallo le loro tecniche di marketing per convincere la gente avevo grandi sensi di colpa perché mi sentivo un'attrice! La mia personalità non mi ha permesso di fingere perchè sono una persona vera..e recitare e fare la pagliaccia per convincere le persone ad ascoltarmi va anche contro la mia etica! C'è la crisi economica e la gente non si fida a volte a farsi un conto in banca (perché sappiamo benissimo le banche qualcosa se lo tengono); oppure realmente non hanno un lavoro per mettere dentro qualcosa in questi conti! I ricchi manco ti considerano, loro hanno sempre vissuto nel vaso di pandora e non sanno nemmeno cosa sia la fame..che glie ne frega quindi? E sono proprio le persone che hanno meno che donano, loro sanno cosa vuol dire soffrire la fame! Ci sono intere famiglie che vengono sfrattate e si ritrovano a vivere nella loro macchine ! Molte persone si fidavano di me e spesso volevano lasciarmi soldi in contanti e io ovviamente non li accettato, perché il sistema migliore è farsi che la tua donazione parta dalla tua banca di fiducia direttamente alla banca no profit! Prima di chiedere soldi alla gente, dovremmo risolvere i nostri di problemi. Eliminare gli sprechi dello stato e dare un lavoro alle persone…poi quelle persone saranno le prime a donare per le associazioni no profit!

  9. Ciao a tutti ,volevo brevemente intrattenervi sulla figura ,non di secondo piano, del selezionatore dei dialoganti. Il tizio svolge un lavoro improbo di una difficoltà pari ad un scalata su roccia liscia e senza attrezzatura adeguata; ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di definire il lavoro del dialogante…il quale ha accettato al buio un lavoro che non gli piace di cui non gliene fotte nulla ma per il solo motivo di poter dire che non è disoccupato, si perché tolte le spese è in rosso e preclude la possibilità futura di non trovare lavoro per effetto del precipitare dell’autostima su valori prossimi allo zero. Il selezionatore o formatore a sua volta dopo aver svolto il lavoro di reclutamento si da alla macchia per evitare di incontrare i dialoganti assunti che hanno poca voglia ora di dialogare ma vogliono passare a vie di fatto. Il selezionatore o formatore è oggi una figura introvabile per i rischi non adeguatamente coperti da guadagni, l’ultimo in carica risale al 1972 poi si sono perse le tracce sembra che per sfuggire all ira dei dialoganti oggi divenuti monologanti si sia trasferito in amazzonia tra le tribù locali dove pare abbia sposato la figlia del capotribù. I dialoganti ora monologanti noleggiarono all’epoca un charter per cercarlo per dargli il fatto suo ed anche di loro si sono perse le tracce sembrerebbe che siano stati mangiati dall’ultima tribù di cannibali.

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