“La bontà è disarmante”: tra zabaione e impegno civile

“La bontà è disarmante”: tra zabaione e impegno civile

Scarica o stampa questo post

Articolo dello chef du fund Giacomo Molinari. Grazie!


Sarà difficile per me ricordare chissà quali mirabolanti avventure legate al periodo delle vacanze natalizie del 2021, considerato che ho trascorso la maggior parte di queste belle giornate in isolamento a causa di un tampone positivo al Covid – 19.

Ero quindi preoccupato al pensiero di non avere nulla da raccontare e condividere con voi in vista dell’appuntamento col nostro “Fundraising all’improvviso”, quando mi sono ricordato di una piccola goloseria in grado di calamitare l’attenzione di un amante del cioccolato come il sottoscritto, nella quale mi sono imbattuto durante la spesa preparatoria a uno dei tanti cenoni che dovrò recuperare.

Vicino alla cassa di uno dei miei supermercati di fiducia infatti faceva bella mostra di sé una pila di scatoline azzurro pastello, alla quale decisi provvidenzialmente di scattare un paio di foto:

 

Quello di Alberto Marchetti, per gli amanti torinesi del gelato, è un nome imprescindibile: storica casa di produzione, resa iconica da uno slogan semplice e memorabile (“Sono Alberto Marchetti, amo fare il gelato”) d’estate diventa un rifugio ambito per tutti coloro che intendono trovare riparo dalla terrificante canicola cittadina.

Altro nome arcinoto in città, il “Sermig” (“Servizio Missionario per i Giovani”) è una prestigiosa istituzione del Terzo Settore e del cattolicesimo sociale, da sempre impegnato sul tema dell’educazione alla pace e dell’accoglienza delle vittime di conflitto, il cui operato è stato di recente riconosciuto pubblicamente dal presidente Mattarella nel corso della sua ultima visita cittadina.

Fondato da Ernesto Olivero nel 1968, il Centro ha raccolto negli anni l’impegno di centinaia di volontari torinesi, crescendo in visibilità e operatività mantenendo al contempo la bussola ferma sula rotta della non violenza e dell’impegno a favore della risoluzione pacifica dei conflitti.

Quale rapporto lega queste due realtà a loro modo di eccellenza, tipicamente “sabaude”, al punto tale da lavorare congiuntamente al lancio di un prodotto commerciale?

La risposta la si può trovare in un particolare progetto promosso da Sermig, l’”Arsenale dell’Armonia”: un’iniziativa il cui nome riprende il più noto “Arsenale della Pace” (la sede centrale dell’organizzazione, sorta negli spazi dismessi dell’ex Arsenale Militare del quartiere Borgo Dora, una delle aree difficili della città), costruita sulle colline di Pecetto Torinese.

In questo spazio recuperato, donato dai Padri Somaschi nel 2004 e ristrutturato grazie al contributo dei volontari che ruotano intorno all’Arsenale torinese, ha trovato casa una delle “fraternità” del Sermig (nome con il quale all’interno dell’organizzazione, di origine cattolica, vengono definiti i gruppi d’azione che danno vita alle diverse iniziative) la quale si è dedicata, oltre che alle tradizionali attività di accoglienza, all’apertura di un piccolo laboratorio di produzione gastronomica.

In questa struttura vengono accolte persone con differenti fragilità, le quali avrebbero difficoltà ad integrarsi nel mercato del lavoro secondo i canali “classici”: l’obiettivo del progetto è quindi quello di formarli come professionisti della produzione alimentare (in particolar modo quella dolciaria) e impiegarli all’interno della struttura, rivendendo a terzi e in misura minore direttamente al consumatore il risultato del loro sforzo.

Un’avventura “imprenditoriale”, basata però sui principi del mutualismo e necessitante di un forte capitale iniziale per l’avviamento e la formazione del personale.

Ed è qui che entra in gioco Marchetti: la gelateria infatti ha deciso di accettare la sfida aderendo alla campagna “La Bontà è disarmante”, che unisce all’avventura del Sermig una decina di piccole e medie realtà produttive del territorio torinese.

La campagna, pensata come iniziativa di raccolta fondi per il periodo natalizio, consiste nella preparazione e messa in commercio di alcuni prodotti (in questo caso, lo zabaione) che vengono commercializzati riportando i loghi delle organizzazioni aderenti e pubblicizzando l’intento di rafforzare il progetto dell’ “Arsenale dell’Armonia”.

I proventi del progetto, esclusi i costi vivi di preparazione, verranno interamente versati dalle aziende produttrici nelle casse dell’organizzazione, che si impegnerà a utilizzarli per rafforzare principalmente l’attività del laboratorio gastronomico e in seconda battuta due iniziative analoghe costruite a San Paolo del Brasile (“Arsenale della Speranza”) e in Giordania (“Arsenale dell’Incontro”).

Una “buona” idea, gestita in collaborazione con produttori del territorio, con una grande attenzione verso la tematica ambientale (nella scelta delle materie prime utilizzate, secondo la filosofia della filiera corta) e un chiaro scopo sociale.

Sarebbe superfluo a questo punto raccontarvi che non ho resistito e ho acquistato uno dei flaconcini di zabaione, con l’idea di utilizzarlo per guarnire un ottimo panettone artigianale (anch’esso dono solidale, ma questa è un’altra storia) da servire alla mia famiglia per il pranzo del 25, condendo il tutto con un bel racconto d’impegno civile…prima che il Covid ci mettesse lo zampino.

Pazienza, sarà per un’altra volta: posso però assicurarvi che anche come comfort food da quarantena, lo “zabaione della Pace” spacca.

Che lezione possiamo imparare da questa campagna? A mio avviso, possiamo portarne a casa almeno tre:

  • Valorizziamo le reti locali, dando loro un ruolo “attivo”: sempre più aziende preferiscono trovare una formula di sostegno a valide organizzazioni locali che sia basata su di un loro coinvolgimento da protagonisti, più che con una semplice donazione. Su scala locale questo meccanismo virtuoso è facilmente implementabile: perché i legami sono più stretti, i passaggi con gli intermediari più ridotti e probabilmente si parla “la stessa lingua”.

Quindi cerchiamo, mappiamo e contattiamo queste realtà, proponendo loro di darci una mano, di progettare insieme. Risultato assicurato.

  • Capiamo come costruire alleanze strategiche: ho trovato questo vasetto al supermercato, non nella botteguccia del quartiere. Il che significa che probabilmente i partner commerciali dell’iniziativa ci hanno creduto al punto tale da attivare i loro canonici canali di vendita. Come facciamo a stimolare questo tipo di proattività? Come possiamo trasformare dei produttori in attori sociali del territorio, agenti del cambiamento? Vale la pena rifletterci su.
  • Inventiamo formule comunicative che riflettano immediatamente la nostra mission:

“La bontà è disarmante” è uno slogan semplice e di effetto immediato. Come anche, con le dovute differenze, quello adottato da Marchetti. Linguaggio semplice, messaggio (nel caso del Sermig), complesso: cosa significa “pace”? Quando una azione è davvero “non violenta”? Come si media il conflitto? Sono argomenti di filosofia, sui quali il dibattito è ricchissimo e articolato in una pluralità di posizioni. Ecco, noi dobbiamo saper rendere un concetto del genere in tre battute, meglio se simpatiche, meglio se stimolano una donazione. Con le parole si può e si deve giocare, senza aver paura di uscire dal seminato e battere strade nuove. “Fare o non fare, non c’è provare”: allora forza, sperimentiamo senza paura!bontà civile

Scarica o stampa questo post

2 commenti su ““La bontà è disarmante”: tra zabaione e impegno civile”

  1. Buongiorno. È il primo articolo che leggo del vostro blog… però mi viene da dire che il Sermig non è così piccolo… e ha sicuramente più di 3 persone strutturate che si occupano di fundraising… no?

    • Buongiorno Lucia, scusa del ritardo! Grazie di essere passata da qui. Il Sermig non ha un vero ufficio di fundraising. In sostanza l’attività è gestita dalla direzione con chi del caso. Certo possono contare su un volontariato ESTREMAMENTE strutturato (tipo una parrocchia all’ennesima potenza). E’ di certo un caso interessante anche per le piccole piccole perché NON siamo minimamente ai livelli delle grandi organizzazioni, nè per l’ente di per sè, nè tantomeno per la strutturazione dell’attività di raccolta fondi, che è decisamente “da piccola” organizzazione. Un saluto e grazie!

Lascia un commento a questo articolo. Dì la tua!