Un dono vale più di un voto (?)

Un dono vale più di un voto (?)

Scarica o stampa questo post

[ Il testo che segue è l’intervento presentato alla prima edizione dell’evento “Fundraising To Say” di Assif Associazione Italiana Fundraising ]


Mai, come durante questa campagna elettorale, mi sono trovato a dibattere su una domanda, di cui farei volentieri a meno:

Ma tu, a settembre, andrai a votare?”.

Le discussioni del giorno e della sera, una mattina mi hanno fatto svegliare con un nuovo quesito:

Un dono vale più di un voto”?

Ho trovato che fosse interessante condividere questa riflessione con voi, perché mi ha portato a ragionare su un altro punto, che ci fa da terreno comune:

Per che tipo di fundraising ho voglia di spendermi?”

Quali sono gli effetti che desidero generare con il mio lavoro, dal momento che assorbe una parte rilevante della mia giornata, cioè della mia vita?

E quindi, dal momento che non esiste fundraising senza comunicazione, mi chiedo e vi chiedo:

Dovendo, per forza di cose, comunicare ogni giorno, più volte al giorno, quali sono i messaggi che la mia azione nel fundraising deve veicolare per sentirla risuonare dentro di me?”

A seconda dei risultati che vogliamo raggiungere, nel terzo settore possiamo ricorrere a tre tipi di comunicazione:

  • la comunicazione istituzionale, per aumentare la notorietà e migliorare la reputazione degli enti, dando conto della nostra azione.

  • La comunicazione per il fundraising, quando vogliamo aumentare le risorse materiali e immateriali disponibili per realizzare progetti, attività, coprire le spese generali, fare investimenti.

  • La comunicazione sociale, quando vogliamo suggerire che cambiare un comportamento individuale e sociale genererà un impatto positivo.

Tuttavia, “la comunicazione è una sola”: nell’insieme, modalità diverse e fini particolari devono trovare unitarietà, a beneficio di ogni istanza.

Così, vi devo rivelare, che faccio sempre più fatica ad apprezzare gran parte della comunicazione del terzo settore, tanto quella che ricevo, così come quella che emetto.

Già: non sono più così convinto che sia questa la comunicazione per la quale voglio spendermi.

Ma perché?

Facciamo un passo indietro: questa critica e autocritica, riguardano su tutte la comunicazione per il fundraising. Manualistica ed esperienza comune coincidono: se vuoi raccogliere donazioni, alza l’onda emotiva e chiedi di agire. Provoca un’emozione scomoda e mettici sopra il cerotto di un’emozione piacevole, quella generata dal gesto del dono.

Fedeli agli stilemi della tradizione, intimoriti dalle sacre tavole della ricerca sul fundraising, motivati – ma anche stressati – dal raggiungimento di obiettivi economici, attraverso questo tipo di comunicazione cerchiamo, instauriamo e spingiamo su un dialogo uno a uno, nel quale spazio e tempo vengono esauriti dalla centratura sul “tu”, sull’individuo inteso come singolo.

In questa dimensione, la comunicazione riduce il dono a un’azione che raggiunge il benessere emotivo personale, e il fundraising al mestiere di chi “offre agli altri l’opportunità di rispondere ai propri valori”. Ma è tutto qui?

Nel mondo e nel tempo in cui viviamo, è questo il meglio che possiamo fare con il nostro tempo, la nostra competenza e la nostra energia?

Credo che la meta irrinunciabile della nostra attività di comunicazione integrata, debba essere la presa di coscienza sulla dimensione politica del dono.

Noi siamo quelli dei problemi comuni, che richiedono in risposta un’azione comunitaria.

A stimolare desideri individuali e a spiegare come appagarli, ci pensa già la comunicazione del profit, con le sue offerte. Noi non possiamo fermarci a questo, e non possiamo credere che raccogliere tante donazioni da una miriade di individui che consideriamo “isole emotive” possa produrre cambiamenti positivi permanenti.

La presa di coscienza sulla dimensione politica del dono, richiede di comunicare seguendo tre movimenti:

  • il primo, il più facile: la gravità dei problemi che il dono può affrontare. I nostri enti e il nostro lavoro non sono utili e importanti di per sè, ma perché affrontiamo grandi sfide, ingiustizie inaccettabili, iniquità vergognose, che toccano la vita di tanti e che possono essere combattuti solo con un’azione collettiva. La percezione di quanto donare sia importante, deriva da una comunicazione che sia esplicita su questi problemi, nei loro dettagli, anche nei loro orrori. Ma perché molti di noi rifiutano o rinunciano a raccontare la “parte brutta”? Eppure, la presa di coscienza inizia proprio da questo incontro.

  • Il secondo movimento è: individuare chi ha la responsabilità dei problemi che il dono affronta. Ma guardate bene la comunicazione che produciamo: è comune incontrare “problemi senza autore”. Raccontiamo di “persone che muoiono perché non c’è acqua e non c’è cibo” e chiediamo di donare, come se questa tragedia fosse frutto di catastrofi naturali, piuttosto che – prima di tutto – l’effetto di scelte precise e deliberate di determinate persone, gruppi, formazioni, autorità. Ma, noi che evangelizziamo sullo storytelling, quando mai abbiamo seguito con passione una storia di avventura che non avesse antagonisti con un nome proprio? E come può essere etica fino in fondo una comunicazione che rinuncia alla verità?

  • Il terzo movimento è comunicare che donare è un atto politico, di buona politica, della migliore politica. Donare è un’azione politica impaziente, agita da una collettività di persone che dicono “basta”, salutano il divano e scelgono di incidere sui problemi comuni, e quindi sul benessere collettivo, in modo diretto, veloce, immediato.

Donare è l’atto politico di soggetti politici: chi dona, chi chiede di donare, chi realizza il mandato, la promessa e l’alleanza racchiusi in quel dono.

Donare nella sua essenza significa prendersi cura di un contesto, di una comunità; significa fare assieme. Donare è partecipare alla vita democratica, per generare cambiamento laddove le risposte altrimenti non ci sarebbero,

magari perché i decisori pubblici non trovano sufficiente convenienza. Magari perché per la ragioneria di stato e le agende partitiche esistono problemi maggiori e minori, quando invece tutti i problemi sono ugualmente gravi e urgenti, quando indossiamo i panni di chi li vive.

Finisce però che le istituzioni – credo inconsapevolmente, spero inconsapevolmente – attraverso la comunicazione pubblica riescono a sminuire il portato di tanta azione politica, con un susseguirsi di pacche sulle spalle, calorosi abbracci e sorrisi da foto. Paternalismo: siamo bravi ragazzi.

Così il messaggio sull’essenza di una cittadinanza responsabile, appagante e di senso, viene mutilato: un bravo cittadino, paga le tasse puntualmente, e va a votare. Dedicarsi a ciò di cui stiamo parlando, invece è un’apprezzabile eventualità, un “di più” di percorso.

Le istituzioni su questo fronte agiscono male e stanno comunicando male.

E noi, stiamo facendo le cose giuste? Stiamo usando la comunicazione giusta?

Prendiamo anche solo noi in questa sala: ogni giorno possiamo raggiungere, e raggiungiamo, milioni di persone. Le inseguiamo e tocchiamo con la nostra comunicazione istituzionale, sociale, per il fundraising.

Ma guardo al Natale che arriva e… brividi. Il programma è il solito: fiumi di comunicazione si riverseranno nelle case, nei devices elettronici, nei media nazionali e locali per rivolgersi all’individuo, e ai benefici emotivi individuali che otterrà donando, omettendo totalmente il tema della dimensione politica del dono.

Fin dove arriva la nostra comunicazione dipende purtroppo sempre più da quanti soldi possiamo investire in diffusione, qualsiasi sia il canale che prendiamo in esame.

Ma abbiamo poco tempo e i problemi che affrontiamo sono tanti e gravi. Quindi, non importa se lavoriamo o prestiamo servizio in organizzazioni che non si occupano di advocacy o di tutela dei diritti, e se le nostre risorse sono limitate.

Dobbiamo volere e sapere “far partito con i donatori”, per rispettare fino in fondo le loro volontà, e anche perché solo loro il loro consenso può aiutarci a fare dei passi in avanti che il terzo settore da solo non può fare.

Gli strumenti del cambiamento che abbiamo tra le mani sono:

  • i progetti istituzionali;

  • il fundraising;

  • la comunicazione.

Percorrendo la via della comunicazione, possiamo restituire al dono, al fundraising e ai loro attori il “senso politico” di cui ci hanno e ci siamo spogliati. Ci sono quindi delle proposte che vi porto:

  • 5×1000: se i tempi dicono che è il caso di farlo, azioni come il “Fuori le liste” vanno continuate, senza chiedere permesso o aspettare nulla osta. Ma allarghiamo l’orizzonte. Noi del fundraising e negli enti, sappiamo che – per il grosso – è la macchina burocratica a rendere malfunzionante il 5×1000: e allora, perché non condividiamo questa consapevolezza con i più diretti interessati, e cioè chi ci sceglie? Perché nessuno di noi spiega loro che il 5×1000 è di fatto un 3,5×1000? La nostra comunicazione ai donatori e ai tanti stakeholder del non profit, può essere la via per azioni di lobby e di pressione corali.

  • La triade “è un ente aconfessionale, apartitico e apolitica” va combattuta. Si può essere aconfessionali e apartitici per natura o per scelta, ma essere apolitici è impossibile, è dichiararlo è una grave rinuncia, un’autentica zappata sui piedi del terzo settore e della collettività. Nei fatti, ogni ente non profit e ogni formazione civica è un soggetto politico che compie un’azione politica. Sta a noi suggerire ai dirigenti delle organizzazioni e ai comunicatori, che il terzo settore deve riappropriarsi con orgoglio ed entusiasmo del termine “fare politica”, utilizzandolo, e rendendo chiara quanto ciò sia differenti dal mettersi in cordata con questo o quel partito.

  • Le entrate di moltissimi enti non profit, di ogni dimensione, sono di natura pubblica. Tuttavia, quando le strutture, i funzionari e i rappresentanti di quelle stesse amministrazioni sono contemporaneamente in colpa, o in dolo, per il malessere di una comunità, dobbiamo assumerci il rischio di dire la verità. La saggezza popolare suggerisce di non “sputare nel piatto in cui mangi”, ma la questione che si pone qui è di ben altra levatura, e richiede un altissimo senso di responsabilità.

  • Guardiamo con curiosità e senza paura al fenomeno della disintermediazione. Noi del non profit, in tutto il mondo, ce ne dispiaciamo, se non lo detestiamo. Ma cosa spinge le persone a voler fare a meno del non profit? Il desiderio di agire per la cura di una situazione o di un contesto, con velocità, togliendo di mezzo le burocrazie e le opacità. Possiamo anche giudicarlo ingeneroso, ma molto non profit è nato per reazione agli stessi difetti del settore pubblico. Ora dall’altra parte della barricata ci siamo noi, in sostanza accusati degli stessi difetti. Chi sceglie di disintermediare, non vuole tempi di attesa per poter esprimere il proprio ruolo politico. Chi offre servizi che facilitano la disintermediazione (parlo delle piattaforme di crowdfunding e assimilati, delle fondazioni di comunità e simili) può aiutarci a comprendere le motivazioni di chi sceglie questa strada per fare la propria parte.

Chiudiamo!

A settembre andrò a votare. Con molta speranza, che metterò tutta io, e meno di un briciolo di fiducia, perché il sistema dei partiti me l’ha tolta tutta, e francamente non riesco a capire cosa noi cittadini possiamo fare di più.

Così, eccovi la mia risposta alla domanda che ci fa compagnia dall’inizio: si, per me oggi un dono vale più di un voto. Ma voglio tanto riuscire a cambiare idea! E la vostra risposta, qual è?

Ho fiducia che, utilizzando in modo diverso, e forse migliore, la comunicazione – quel prodigioso strumento del cambiamento che abbiamo tra le mani – assieme (ripeto: assieme) a chi dona possiamo raggiungere una massa critica e un peso politico che per il terzo settore oggi è fuori portata, per ampie che siano le cordate e larghe le intese. E’ importante per noi del non profit, ma prima di tutto è un atto dovuto di rispetto e considerazione nei confronti di chi sta agendo nell’interesse del paese e del mondo, donando i propri beni, il proprio tempo, parte della propria vita.

Questa è la vera rivoluzione a cui possiamo ambire, ed è alla nostra portata.

Con il potere e la fortuna di poterla compiere “a colpi di grazie”.*

Avanti Tutta!

– Riccardo Friede –


* Canzone: “La mia rivoluzione” – Album: “Trasparente” – Autore: Marco Parente

Scarica o stampa questo post

Lascia un commento a questo articolo. Dì la tua!