#Socialchangers – I Social: i nuovi megafoni per smuovere le cause

#Socialchangers – I Social: i nuovi megafoni per smuovere le cause

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Articolo scritto con The Good Social.


Si è concluso il 25 novembre 2022 il secondo appuntamento di #socialchangers. Al centro della tavola rotonda un’attenta analisi dell’impatto dei social network sulle cause sociali, sulla quotidianità di ognuno di noi, sulle nostre sensibilità e su un Terzo Settore che guarda ai social sempre con circospezione.

 

Se durante il COVID-19 l’elemento digitale si è trasformato in un’importante chiave di volta, tra un lievito madre e un plank, ci ha permesso di riappropriarci di un’umanità e una condivisione negati in un mondo reale ma di cui l’uomo, per definizione, non può fare a meno. E se con la pandemia abbiamo normalizzato la condivisione della solidarietà questa tendenza ha in realtà radici più profonde, che crescono e si diramano da tutti coloro che hanno scelto di usare uno strumento nuovo e con un potenziale enorme per essere ascoltati e perché no…per gridare un po’ più forte anche senza megafono.

 

A parlare di questo vasto tema con noi ci sono stati: Teresa Agovino (ingegnere e imprenditrice sociale), Francesca Bonfanti (Diversity Lab), Riccardo Haupt (Will Ita) e Leonardo Monaco (fundraiser e consulente).

 

Era il 2018 quando Greta Thunberg sedeva fuori dalla sua scuola con il cartello “Skolstrejk för klimatet”. Da qui inizia la lunga onda dei Friday’s for Future (FFF) che colorerà di verde l’intera Europa e che porterà centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze in tantissime piazze. La forza dei FFF deriva dal loro impatto comunicativo, da come riescono a catalizzare l’attenzione su di loro con i social e altri mezzi di comunicazione facendo parlare di loro e per loro. Se la sostenibilità ambientale è storicamente un tema un po’ bistrattato, di diverso questa volta ci sono gli strumenti utilizzati, la condivisione e l’ingaggio. Viene quindi naturale chiedersi se, senza Greta Thunberg, le rivendicazioni dei FFF sarebbero davvero così condivise.

 

A rispondere a questa domanda, troviamo una generale condivisione del “No”: senza Greta Thunberg la tematica ambientale non sarebbe stata così condivisa e impattante e continua così Riccardo Haupt (Will Ita):

 

“No, il potere di amplificazione che oggi i social hanno, soprattutto sulle tematiche sociali, è un qualcosa di senza precedenti e ha una capacità di velocizzare questo effetto valanga che ci fa dire: «che prodigio incredibile i social network»

In questo contesto vengono toccati i temi della consapevolezza e il livello di profondità con cui queste cause vengono percepite e interiorizzate. A spiegarlo molto bene è Francesca Bonfanti (Diversity Lab), che ci parla delle modalità amplificate dell’attivismo digitale grazie ai social ma che allo stesso tempo vede questo solo come l’inizio di un funnel, che però poi deve trovare un approfondimento:

“I social facilitano la comunicazione…ma quanto va in profondità la conoscenza che si riesce ad avere su un dato tema?”

 

Quest’ultima considerazione di Francesca trova un ulteriore corollario nel Digital News Report 2022, stilato dal Reuters Institute dell’Università di Oxford e che vede i giovani utilizzare sempre più i social come motore di ricerca. Lo stesso TikTok sta diventando molto rapidamente anche una fonte d’informazione, soprattutto per le persone tra i 18 e i 24 anni. Questo dato è molto significativo contando che stiamo parlando di  una generazione, la Gen Z, cui oltre il 97% degli appartenenti trascorre più di 4 ore giornaliere sui social network (Forbes, 2021). Questo vede una crescente sovrapposizione tra mondo reale e mondo digitale e, pertanto, viene da analizzare quanto il mondo digitale stia diventando reale.

 

Questa stessa considerazione deriva, però, da una lettura dell’elemento digitale fatta con le lenti del passato, ci dice Riccardo Haupt (Will Ita): siamo di fronte a “echoo chamber” molto più ampie e complesse che permettono scambi di visioni e idee anche con chi non sempre si trova in accordo con noi. Se i social permettono di ampliare la visione e di cercare confronti, Teresa Agovino (ingegnere e imprenditrice sociale) analizza da un altro punto di vista le scelte che vi facciamo: le nostre bacheche sono composte sempre più da persone e informazioni che ci piacciono e allineate con noi, ma che ci forniscono una mappa ristretta della realtà e questo rendendoci sempre meno in grado d’interconnettere le diverse tematiche:

 

“Da questo punto di vista c’è un’accezione psicologica: siamo alla ricerca di conferme e dimostrazioni che avallino la nostra sede e i social non fanno altro che fornircele. Questo ci rende sempre meno in grado di gestire la diversità e di gestire il conflitto e polarizziamo la nostra risposta quando si aprono dei nuovi scenari”

 

Le realtà virtuali “sono un contesto filtrato di queste agorà che abbiamo di fronte a noi”, ci dice Leonardo Monaco (consulente e fundraiser) abbiamo a che fare con sistemi molto più complessi e che aggiungono livelli di complessità all’ambiente circostante eppure sono un luogo in cui si sviluppa la socialità e gli stessi temi sociali”. Nonostante questo forte impatto, si fatica però ancora a percepirli come reali a livello di “società”.

Se da un lato i social network ci permettono di plasmare la nostra realtà, dall’altro viviamo in una società che non riesce a riconoscere il mondo digitale (anche nelle sue accezioni burocratiche dallo SPID alla firma digitale) come elementi validi e validanti. In tutto questo, di fronte a un Feed non dobbiamo mai dimenticare di trovarci di fronte a un’azienda che dai nostri like e dalle nostre interazioni trae profitto. Partendo da questo assunto e da come sia possibile creare delle vere e proprie gogne social in cui la potenza di fuoco è dettata dal numero di follower, viene spontaneo chiedersi quanto il potere della condivisione sia davvero così democratico. L’assenza di contatto umano e l’assenza di empatia portano alle estreme conseguenze le nostre azioni, che vengono portate avanti con un livello di consapevolezza inferiore rispetto a quello che facciamo nel mondo reale ma soprattutto di cui sottostimiamo gli effetti.

La mancanza di democrazia sui social è sicuramente sintomatica di un modello di democrazia claudicante anche nell’offline, ma nasce soprattutto da un uso scorretto degli stessi dovuto a una mancanza di educazione in materia e dalla necessità di allenare le nostre capacità di lettura e comprensione. Ovviamente, se da un lato questo è un muscolo che si allena, come dice Leonardo Monaco, dall’altro questi processi devono essere catalizzati da politiche che danno una direzione netta allo sviluppo e alla definizione di un utilizzo corretto dei social network (e.g. normative su Hate Speech). 

Da tutto questo emerge sempre più quanto i social stiano fagocitando uno spazio crescente nelle nostre vite e nel mercato e allo stesso tempo quanto il Terzo Settore fatichi a percepirlo come un canale, un mezzo da prendere in considerazione all’interno delle proprie strategie di comunicazione e raccolta fondi, ma non solo.

Questo è sicuramente figlio della struttura interna del non profit e della forte diffidenza verso degli strumenti nuovi ma, solleva anche un’altra importante tematica: il target. Se negli ultimi anni a donare e informarsi sono stati i più giovani, per anni target e operatori sono sempre appartenuti a chi appartiene ad altre generazioni e quindi non si riconoscono in questi strumenti. Inoltre, se i social sono percepiti come un fine volto alla comunicazione dell’altro, una fetta di responsabilità è anche dei content creator che per anni hanno dato la percezione di un mondo poco impegnato. Accanto a questo, c’è sicuramente un’inabilità nell’utilizzo che porta molte realtà a emulare, con risultati più o meno positivi, il profit e a non vedere questi spazi come luoghi in cui creare valore, raccontarsi e creare community.

Sicuramente questo scambio ci mostra come il Terzo Settore fatichi a interiorizzare e portare con sé questi nuovi elementi che rappresentano un’opportunità a 360 gradi.

Se accanto a una generale mancanza di educazione – e forse anche alfabetizzazione – all’utilizzo dei social e una legislazione che si assicuri di creare limiti e contenitori sicuri e sani sia per i fruitori che per i creatori, il Terzo Settore ha come difficoltà aggiuntiva quella di riuscire a crearsi uno spazio proprio, che lo valorizzi senza replicare format e modalità comunicative che non gli appartengono perché a differenza di tanti altri, le nostre cause e i nostri valori sono il nostro humus, il nostro apriori, e ci differenziano “da chi sposa la causa solo quando gli conviene”. 

 

Jessica Ambrosino & Sara Ferro – Ideatori e organizzatori di #Socialchangers

Instagram the Good Social

Isabella Lalli – Ideatrice e organizzatrice di #Socialchangers

isabella.lalli@officinebuonecause.it

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Kastenholz C. (2021), Gen Z And The Rise Of Social Commerce, Forbes 17 Maggio 2021

 

Merli G. (2022), Non Una Di Meno Rimini: «Dagli alpini violenze fisiche e verbali», Il Manifesto, 10 maggio 2022

 

BVA Doxa et all (2022), Donare 3.0

 

Bandera L. (2022), L’evoluzione digitale del non profit non può essere una parentesi, Secondo Welfare

 

Reuters Institute dell’Università di Oxford (2022), Digital News Report 2022

 

Ranaldi I. (2014), Una ricerca sui social network nel no profit, Sociale

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