“Sister Act”: tra people raising, conflitto con il board e raccolta fondi!

“Sister Act”: tra people raising, conflitto con il board e raccolta fondi!

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Articolo dello chef du fund Liborio Sacheli. Grazie!


Sarà che per il sottoscritto il Blue Monday vero e proprio è quello dopo la settimana di Sanremo, quando ogni scusa è buona per cantare a squarciagola una o più canzoni della kermesse canora (i vicini ringraziano) ed evitare così di mangiare cioccolata in un locale ed essere travolti da una vertigine sociale (semicit), e sarà che Brividi ce l’ho ancora in testa, così come quel “baby ritorna da me”, sta di fatto che questo episodio di #netgift non poteva non essere a tema canoro!

Sì lo so, di Blues Brothers evribadinidsambadi ha già parlato chiunque, e che dire del falso mito sulla performance dei Queen al Live Aid, riproposta nell’instancabile biopic Bohemian Rhapsody? Insomma, gira che rigira, vita che avvita e svita(ta), mi è venuto in mente quel film ambientato in un convento, con un coro e un’algida madre superiora dagli occhi azzurri.

Come? No! Non sto parlando de Le Ali della vita, con Sabrina Ferilli e Virna Lisi, bensì di Sister Act, una svitata in abito da suora, starring Whoopi Goldberg e Maggie Smith, e del suo sequel, Sister Act 2 – più svitata che mai.

Se nel primo film la star di Las Vegas Deloris Van Cartier si rifugia sotto protezione in un convento e riesce, durante la sua permanenza, a risollevare le sorti della comunità prendendo le redini del coro (con buona pace di suor Maria Lazzara) e arrivando a cantare I Will Follow Him (sì, la ricordate anche voi!) davanti al Papa, nel seguito la nostra cara suor Maria Calz, Clarinehm, Claretta! scongiura la chiusura della St. Francis Academy portando alla vittoria il coro della scuola in una competizione della California, sulle note di Joyful Joyful.

Il personaggio interpretato dalla magistrale Whoopi Goldberg non si limita però a dirigere il coro… nossignore!

In entrambe le commedie assistiamo ad un’autentica azione di people raising, che in fondo è come cantare in un coro:

ogni persona ha la propria voce, la propria estensione e abilità, ma tutte hanno un obiettivo comune, ovvero cantare bene, in armonia. Hanno un compito ben preciso, che è stato comunicato loro sin dal principio, a cui applicarsi con dedizione, coraggio, e tanto entusiasmo! Non vi ricorda qualcosa?

A me fa pensare in piccolo ad un progetto in cui coinvolgiamo delle persone spiegando bene loro di cosa dovranno occuparsi (e magari facendo una call), in grande alla sostenibilità dell’ente e alla necessità di far funzionare bene la macchina, ovvero la capacità di leggere i processi, unire i puntini e capire come valorizzare, nella gestione delle persone volontarie, i talenti, le attitudini e le peculiarità.

Chiaro, ci sarà sempre una persona calante o fuori tono, o Alma con le pile scariche, ma anche quello fa parte del gioco! 

E poi si sa, ad un certo punto dello spartito ci sarà sicuramente una battuta d’arresto, una pausa, e non sempre per riprendere fiato.

Se nel primo film questi momenti sono rappresentati dalle minacce per Deloris e dagli scontri con la madre superiora, nel sequel troviamo quello che è a tutti gli effetti un conflitto con il board della scuola, ovvero con il preside e con l’amministratore scolastico (che a me sa tanto di un direttore generale poco o per niente illuminato). Sin dalle prime presentazioni, quello che emerge è un voler continuare ad utilizzare le solite metodologie didattiche: in altre parole, “abbiamo fatto così e continueremo a fare così”.

Suor Maria Claretta ci sbatte la testa più volte: chiede un budget per comprare degli strumenti, ovviamente negato “perché non ci sono soldi”; prova a coinvolgere studentesse e studenti, che però considerano quel corso “ad uccello”, perché per superarlo basta semplicemente sorvolarlo (leggasi non fare nulla) e perché a loro “non interessa il nuovo giorno, il vecchio andava benissimo”;  per fargli cambiare idea, commette l’errore di portare la classe di musica a sentire un concerto delle consorelle in una casa di riposo e dimentica le autorizzazioni dei genitori (INFORMATIVA PRIVACY, CE LA RICORDIAMO?). 

Insomma, la nostra showgirl in tonaca ha tutte le buone intenzioni, ma fallisce continuamente. Fino a quando non arriva il vero conflitto: la paventata chiusura della scuola, perché i conti sono in rosso, i contributi della comunità sono a zero e non ci sono miglioramenti in campo didattico.  Succede proprio quella cosa, il problema, il conflitto nel viaggio dell’eroe. Che si fa?

Si rispolverano stanze e mensole, si ritrova sé stessi, si fanno i conti con la propria memoria storica, e si scopre che in passato c’erano stati dei momenti di gloria, in cui fare bene quel che si sapeva fare aveva portato alla vittoria. Momenti coerenti e credibili con la mission della scuola, in linea con i valori, la vision e il cambiamento che, quotidianamente, cerca di realizzare nella comunità. Nessuna formula magica o beverone dimagrante in grado di snaturare il nostro ente, ma il ripartire dal cuore dell’organizzazione, la mission e i beneficiari. In maniera dirompente, certo, ma non bisogna per forza essere come suor Maria Claretta! 

Ecco che avviene il miracolo: il preside autorizza la partecipazione del coro alla competizione canora (sarà stata la nostalgia del passato?), a patto che vengano firmate tutte le autorizzazioni e che si autofinanzino (questa frase suonerà familiare a qualche fundraiser).

Dopo un’analisi dei costi e la stesura di un budget per coprire le spese di viaggio, la scuola si apre alla comunità e chiede aiuto a suon di “your change can make a change” (da non tradurre mai con i tuoi spicci ce spicciano casa), organizzando un concerto nel cortile della scuola con tanto di pop corn e zucchero filato. Risultato?

Al netto delle spese e contro ogni aspettativa (del preside e dell’amministratore scolastico), le allegre sorelle di San Francisco raccolgono circa 1920 dollari, dimostrando che tenendo bene a mente mission e beneficiari, è possibile sperimentare e fare qualcosa di nuovo, anche dirompente, ché a volte accanto all’analisi, alla profilazione, alle tabelle dei range ci vogliono anche un po’ di incoscienza e di fortuna. 

Perché ogni volta è così, tutto sembra insormontabile, ma parafrasando la canzone dei titoli di coda, AIN’T NO MOUNTAIN HIGH ENOUGH FOR FUNDRAISERS!


Cosa possiamo imparare da suor Maria Claretta e compagnia cantante?

  • Gestire le persone che donano il proprio tempo è impegnativo, e farle cantare in armonia presuppone impegno, precisione e compiti ben precisi!
  • Può succedere di scontrarsi con la vecchia guardia o con chi nel board la pensa diversamente da noi: arroccarsi sulle proprie posizioni non è d’aiuto, così come credere che il solo dialogo possa bastare. Servono anche risultati, per cui cesti in spalla, ci sono dei fondi da trovare (magari attraverso qualche bando fino a quel momento ignoto all’organizzazione, un grant sconosciuto o il lascito che non ti aspettavi)!
  • Se ci dicono “sì è sempre fatto così”, nulla vieta di poter rispondere con “certo, ma si può fare anche così: quale dei due metodi è il più efficace ed efficiente?”. Anche qui, esempi pragmatici e risultati, e il dialogo potrebbe funzionare!
  • Informativa e autorizzazioni per la privacy, SEMPRE!
  • Possiamo anche essere creativi o fare qualcosa che non si è mai fatto, ma occhio a tenere sempre bene a mente la mission e il cuore della nostra organizzazione, ovvero le persone beneficiarie!


Sul film

SISTER ACT – Una svitata in abito da suora (1992)

SISTER ACT 2 – Più svitata che mai (1993)

Dove: Disney Plus, parzialmente su youtube, o su vhs (nostalgia canaglia!)

Durata: 200 minuti circa entrambi i film, una serata di Sanremo per intenderci!

Consigliato a chi sente ancora le vibes degli anni ‘90 e deve ancora riprendersi dal duetto di Lauryn Hill e Tanya Blount.

Curiosità: in rete si trovano diverse iniziative di personal fundraising a nome di Sister Act, ma non sono tutte (con)sorelle!

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