No! I giorni dell’arcobaleno

No! I giorni dell’arcobaleno

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Articolo dello chef du fund Giacomo Molinari. Grazie!


Ok, lo ammetto.

Stavolta “NetGift” mi ha messo proprio un po’ in crisi; sarà che ho testa e cuore assorbiti da quanto sta avvenendo in Europa Orientale, fatto sta che non riuscivo a trovare né un film né una serie adatta per poterla recensire in questo momento.

Avevo pensato ad un’opera brillante che ha per sottofondo il tema del riciclaggio di denaro sporco attraverso finte donazioni, ma non avrei voluto aggiungere neppure una goccia di cupezza alle legittime preoccupazioni che ci attraversano la testa in questi giorni (anche se si tratta di materiale molto, mooolto figo e mi sono appuntato di raccontarvelo in uno dei prossimi episodi!) e ho girato un po’ a vuoto alla ricerca di una bella storia.

Di quelle capaci di ridare speranza nell’umanità.

Magari ben girata e sceneggiata.

Possibilmente vera.

All’improvviso, ecco l’idea!

Un film presentato a Cannes nel 2012 e nominato all’Oscar l’anno successivo, di produzione latinoamericana: una storia avvincente, brillante e spiazzante sul potere della comunicazione, con il plus di avere un interprete come Gael Garcia Bernal in stato di grazia e soprattutto di raccontare (seppur con quel minimo di romance necessario all’industria del cinema) una vicenda tanto strana, quanto reale.

L’incredibile (“e non triste”) storia della campagna pubblicitaria che ha contribuito a far terminare la dittatura di Augusto Pinochet. Amiche, amici, oggi parliamo di “No! I giorni dell’arcobaleno”.

Pablo Larrain (regista cileno che nel 2016 ha firmato una cosetta come il biopic dedicato a Jacquelin Kennedy) ci trasporta nel suo Paese nell’anno di grazia 1988: il Generalissimo Pinochet governa la nazione col pugno di ferro dal 1974, imponendo la legge del terrore.

Desaparecidos, torture, corruzione, violenze sono all’ordine del giorno nel “Grande Chile” fino a quando, costretto dalle pressioni della comunità internazionale, il presidente decide allentare il controllo sulla libertà d’espressione dei suoi concittadini per indire un referendum su…se stesso.

Agli occhi dell’elettorato cileno, in quel momento disabituato a qualsivoglia forma di consultazione popolare, verrà sottoposto un quesito che suona più o meno così: “Sei favorevole a come il Governo sta reggendo le sorti della Nazione (probabilmente letto immaginando uno sgherro della polizia segreta che in silenzio annuisce con la testa), oppure no?”.

Va da sé che nella mente del Comandante in Capo e dei suoi sodali l’operazione sia solo di facciata, puro marketing: un’elezione bulgara necessaria per confermare attraverso un plebiscito l’affermazione dello status quo.

Ma si sa che i despoti soffrono di vanagloria e così, per dare alla consultazione una allure di rispettabilità da gettare in faccia agli osservatori internazionali, vengono liberati dalle carceri numerosi oppositori politici, ai quali viene garantita la possibilità di organizzare una contro – campagna informativa a favore del “No”. Che poi ad essa venga consentito solo un minimo spazio sui media nazionali, tutti incentrati a glorificare il fronte del “Si” e che le elezioni si tengano con degli uomini armati posizionati di fronte ai seggi, poco conta, giusto? The show must go on.

Con la buona lena di chi capisce di trovarsi di fronte un’occasione storica, i vecchi militanti forgiati dall’opposizione al regime iniziano ad imbastire una campagna tutta indirizzata a sottolineare i crimini e le colpe del potere: numeri di persone scomparse, scene di arresti di massa e guerriglia urbana vengono preparati per la proiezione su piccolo e grande schermo, accompagnati da un angosciante voiceover che ricorda ai traumatizzati elettori l’importanza di votare per il No.

Insomma, sembra una battaglia senza speranza, il donchisciottesco canto del cigno della democrazia.

Senonché ad alcuni dei leader dell’opposizione viene la famosa “idea giusta al momento giusto”: coinvolgere nell’operazione il giovane René Saavedra, figlio di uno di loro, pubblicitario che ha fatto fortuna negli States, e assegnargli la direzione della campagna.

Seppur inizialmente riluttante, René accetta l’incarico, cestinando completamente le prime bozze elaborate dai suoi compagni di avventura e realizzando un prodotto che passerà alla storia, emblematico già dal titolo: “Chile, la alegrìa ya viene!”.

Un rovesciamento semantico importante, che cambia le carte in tavola: come sarà il Cile del futuro? Cosa ci immaginiamo per essere felici? Che cosa desideriamo, dopo questi anni tanto cupi?

Un qualsiasi libro di storia potrebbe facilmente spoilerarvi il finale della pellicola…resta il fatto che questo piccolo grande film contiene alcuni elementi di indubbio pregio.

Si tratta di un’opera stilisticamente interessante, volutamente girata in bassa qualità video per non “scollare” troppo le parti recitate dalla messa in onda degli spot elettorali del tempo (che sono quelli originali); racconta una vicenda poco nota dalle nostre parti, ma che ha contribuito non poco a forgiare l’immaginario politico del Cile contemporaneo (tanto che alcuni elementi di questa campagna furono ripresi dagli studenti in sciopero nel 2018 e nel 2020) e ha un cast perfettamente in partita.

Al di là del dato filmico però, l’opera ha tanto da raccontare a chi si occupa di cause sociali e civili, che sicuramente potrà rileggere in alcuni passaggi del film discussioni e riflessioni che certamente abitano i nostri piccoli uffici.

Il tema del LINGUAGGIO è centrale in tutta la narrazione: la prima messa in onda della “nuova” campagna suscita lo sdegno di parecchi militanti, portando alcuni di essi a decidere di abbandonare il Comitato Elettorale (“Sembra uno spot della Coca – Cola!” griderà un infuriato dirigente sindacale prima di uscire dalla sala di proiezione sbattendo la porta).

Se caliamo il racconto nel terrificante contesto del tempo, c’è da capirlo: da un lato del proiettore troviamo un giovane pubblicitario arrogantello, che accusa militanti e attivisti molto più anziani di lui (e con l’animo gravato da anni di carcere, sconfitte, violenze e dolori) di aver immaginato un prodotto che “non vende”. Dall’altro, degli oppositori tutti di un pezzo, che vedono male questo ragazzetto andato a studiare negli USA (che pure porterà alla loro campagna delle competenze innovative che si riveleranno fondamentali) piuttosto che rimanere sul campo a combattere con loro ogni giorno.

Si intrecciano diverse chiavi di lettura: generazionali, formative, esperienziali, di vision politica…mondi diversi e spesso contrastanti, costretti dagli eventi a collaborare.

Ora, anche se credo che nessuno di noi si sia mai misurato con l’opposizione ad una dittatura feroce, vogliamo forse dire che questo tipo di discorso non ci fa suonare nessun campanello?

La famosa relazione con il board, coi fondatori storici, con le prassi ormai cementificate…e di contro la necessità di instradare i giovani volenterosi all’interno di una storia che in alcuni casi dura da decenni, lasciando loro spazio ma senza disperdere l’eredità reputazionale accumulata con fatica…insomma, si tratta di un delicato gioco di equilibrio, reso ancor più gravoso dall’urgenza storica della battaglia.

C’è la sfida di confrontarsi con un prodotto che “non vende”: come convincere la gente comune a sostenere una causa che sembra sconfitta in partenza? Come infondere speranza nelle persone, coinvolgendole nella costruzione di qualcosa di nuovo e bello? Come parlare di FUTURO quando sembra che non sia possibile nemmeno immaginarlo?

Lo STORYTELLING, il “viaggio dell’eroe” che diventa “viaggio del sostenitore” (o del donatore…): chi di noi abbia avuto a che fare con una qualunque campagna elettorale sa che le regole del gioco non sono troppo dissimili dalle nostre.

Anche i campaigner parlano di database, prospect, lead, acquisizione e quant’altro…dedicare due ore per osservare lo sviluppo di una campagna di successo come quella raccontata nel film costituisce un utile momento formativo, perfetto per essere condiviso con il board!

Ora che possiamo tornare a riunirci dal vivo, ma una bella serata di team building con film, patatine e riflessione finale (costruita in modo donor oriented)? Fa un po’ cineforum dell’oratorio, ma potrebbe rivelarsi una scelta intelligente per portare le “attenzioni da fundraiser” sotto gli occhi di chi magari sia poco abituato a leggere il mondo da questa particolare chiave di lettura.

E in più, in questi giorni di tensione, una vicenda che vede un potere criminale e dispotico sconfitto non con la forza delle armi, ma con un’ondata di leggerezza liberatrice, fa ben sperare.

Perché i giullari veri il potere lo irridono.

E a volte, fanno la Storia.

Buona visione!

 

P.S. Il film è tratto dalla piéce “El Plebiscito”, di Antonio Skarmeta. Il libro più famoso dell’autore si intitola “Sognai la neve bruciare”, è ambientato negli ultimi drammatici giorni del governo di Salvador Allende e in Italia viene pubblicato da Marotta & Cafiero, una casa editrice con sede a Scampia retta da un giovanissimo e vulcanico scrittore, Rosario Esposito La Rossa. Insomma, una splendida storia che chiude il cerchio, della quale parleremo in un prossimo articolo.

PPS

Il seme gettato da questa campagna è cresciuto bene, se pensate che il nuovo Presidente cileno è Gabriel Boric. Anche la sua, di storia, varrebbe un approfondimento!

 

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