“Knock Down The House”: una storia di fundraising all’americana

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Autore di questo articolo è Giacomo Molinari, “chef du fund” di Fundraising Km Zero.


Born down in a dead man’s town
the first kick I took
was when I hit the ground
you end up like a dog
that’s been beat too much
till you spend half your life
just covering up, now”

 

Così Bruce Springsteen decide di attaccare il testo di uno dei suoi pezzi più famosi, quel “Born in the USA” immancabile dal 1984 nella scaletta dei concerti del Boss.

Una strofa, quaranta parole che ti schiacciano a terra, a mangiare la polvere come il protagonista della canzone; perché l’America è tante cose, sogno e sopraffazione, speranza e disillusione, rinascita e condanna. La terra degli estremi, dove ogni opportunità può trasformarsi rapidamente in una discesa nell’oblio, per poi trasportarti quando meno te lo aspetti sugli allori.

Il film di cui parliamo oggi nella rubrica “Netgift” ha il sapore dolceamaro delle Grandi Narrazioni Americane e ha molto da dire a chi, come noi, cerca col suo lavoro di sostenere battaglie che ai più sembrerebbero perse in partenza.

 

“Something’s wrong, shut the light
heavy thoughts tonight
and they aren’t of Snow White
Dreams of war, dreams of liars
dreams of dragon’s fire
and of things that will bite”

 

Ci confrontiamo con “Knock Down The House”, in italiano “Alla conquista del Congresso”, documentario del 2018 firmato da Rachel Lears.

Il film (reperibile su Netflix) racconta con precisione giornalistica le disavventure di quattro candidate progressiste indipendenti alle prese con le elezioni americane di mid – term (per i meno avvezzi del complesso sistema elettorale statunitense, si tratta di importanti appuntamenti in grado di influenzare decisamente l’andamento della politica USA – QUI un approfondimento) del novembre 2018.

Tre di esse – Amy Vilela, Paula Jean Swearangin e Cory Bush – non riusciranno nell’intento di farsi eleggere al Congresso (il Parlamento Usa) finendo per essere battute da candidati più vicini all’establishment storico del Partito Democratico: la quarta, Alexandria Ocasio – Cortez, all’epoca 29enne barista newyorkese originaria del Bronx saprà invece compiere l’impossibile, avviando una parabola politica ad oggi in piena ascesa.

 

“All of Rubin’s cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance.
The judge made Rubin’s witnesses drunkards from the slums
To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger.”

 

Se vi state chiedendo cos’hanno a che fare questo film, e questa vicenda, col mondo del fundraising la risposta, beh… semplicemente tutto!

“Knock down the house” è stato prodotto a partire da un crowdfunding lanciato nella primavera 2018 su Kickstarter.

Nell’arco di un mese la regista ha saputo coinvolgere 424 donatori in una campagna reward based costruita sulla retorica propria del mondo dell’attivismo made in USA (basti pensare alla suddivisione dei ringraziamenti: da “Informed citizen”, lo scaglione più basso corrispondente ad una donazione da cinque dollari fino alla vetta di “PAC – Political Action Commitee” corrispondente ad una donazione da 10.000 dollari passando attraverso “Influencer”, “Delegate”, “Organizer”, “Press officer” ecc ecc) che ha raggiunto e superato l’obiettivo stimato di 25.000 dollari arrivando a incassarne 28.111.

Successivamente la produzione, presentata al Sundance International Film Festival è stata acquistata dal colosso dello streaming e da lì diffusa in tutto il globo.

Ma è soprattutto la storia raccontata nella pellicola ad essere intrisa di fundraising e attivismo di base delle comunità: le quattro candidate infatti sono state scelte attraverso un processo selettivo promosso e diretto da “Brand New Congress”  comitato elettorale trasversale che si pone l’obiettivo di trovare e supportare – in primo luogo finanziariamente – candidati indipendenti in grado di rinnovare il sistema dei partiti USA.

Attraverso un sistema coordinato di raccolta di piccole donazioni one – off e di aiuto nella costruzione della campagna, l’associazione contribuisce così alla creazione di percorsi e candidature in grado di competere attivamente con avversari molto più strutturati e solidi la cui forza poggia su bacini economici ed elettorali decisamente più importanti delle controparti.

Il fatto poi che la stragrande maggioranza dei candidati sostenuti da BNC siano giovani donne spesso provenienti da contesti marginali rafforza ancor di più l’immagine di “attivatori della comunità” sulla quale viene costruito l’intero lavoro dell’organizzazione.

All’interno delle storie raccontate nel film troverete un po’ di tutto; DM cartacei e digitali, telefonate a donatori segmentati in modi curiosi, costruzione di database di riferimento, organizzazione di eventi e creazione di piani di marketing e comunicazione.

Gli attivisti e i professionisti di BNC mettono in campo tutti gli strumenti della raccolta fondi per creare e supportare i “personaggi” politici che ritengono possano avere maggiori possibilità di riuscita alla sfida delle urne.

 

“If I could start again
A million miles away
I would keep myself
I would find a way”

 

Per quale motivo un piccolo ufficio di fundraising dovrebbe dedicare un paio d’ore alla visione di questo documentario?

  • Perché è un’interessante opera cinematografica, e i bei film fanno bene al cuore.
  • Perché la storia di Davide che sfida Golia rieccheggia nelle orecchie di tutti noi, care colleghe e colleghi: il mondo sarà anche un posto triste e cupo, ma quanto ci fa bene vedere che ogni tanto i piccoli – se ben organizzati – sanno prendersi una rivincita?
  • Per buttare un occhio nell’universo del fundraising anglosassone: un contesto culturale profondamente diverso dal nostro (né migliore né peggiore, solo differente) all’interno del quale pescare alcuni stimoli da impiegare nell’attivazione delle nostre comunità di riferimento.
  • Perché non sono solo i “grandi” a fare la Storia: e dove non arrivano i grandi capitali possono bastare le soluzioni creative, una buona dose di pensiero laterale e sfacciataggine quanto basta per ottenere risultati ai quali nessuno in partenza sarebbe stato disposto a credere.

Che aspettate dunque?

Fatevi un regalo, prendetevi un paio d’ore e date un’occhiata a questo film!

Sarà tempo ben speso e chissà che non se ne possa poi parlare insieme.

Thanks to Bruce Springsteen, i Metallica, Bob Dylan e Johnny Cash per gli intermezzi musicali dell’articolo; se non conoscete questi pezzi (ARGH!) QUI, QUI, QUI e QUI troverete i link per rimediare.

A presto!

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