All’improvviso la guerra

All’improvviso la guerra

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Articolo dello chef du fund Liborio Sacheli. Grazie!

Photo Credits: Edoardo Ceriani / Unsplash


Breve premessa: in questo articolo non ci saranno disamine geopolitiche, chi scrive non ne ha le competenze,  potrebbe limitarsi a parlare del capolavoro dostoevskiano che è “Memorie dal (a volte tradotto del) sottosuolo”, e solo da appassionato con una formazione letteraria triennale. 

Allo stesso modo, non ci sarà il tentativo d’individuare un colpevole, chi ha torto e chi ha ragione, perché molto più semplicemente (e ingenuamente) quando c’è una guerra, quando a pagarne le conseguenze sono le persone senza colpa, soldati, civili, bambini, non ha senso parlare di giusto o sbagliato.

Forse ha senso dire che è tutto sbagliato, e non nego che il 24 febbraio gettarsi nello sconforto era la cosa più immediata.

Qualcosa però bisogna farla, cercando di uscire dallo stordimento e dalla confusione che probabilmente caratterizzano anche queste parole, per le quali mi scuso in anticipo. 

Il 24 febbraio mi sono sentito un automa. A lungo, dal letto all’ufficio, sul pullman e in pausa. 

Un automa con un grande senso di colpa, dettato da quello che, parafrasando Kipling e la sua visione imperialista perfettamente situata nel tempo, potremmo definire il fardello dell’uomo privilegiato. Il privilegio di essere al sicuro, di non essere minacciato, di poter vivere. A casa propria o meno, lo lasciamo a esperti di altro. 

Poi però mi sono reso conto di una cosa, e per questo ringrazio i numerosi amici con cui mi sono confrontato. Pensare che fosse ingiusto continuare a vivere la propria vita, mangiare una pizza fuori o essere felici per una cosa successa non aveva senso.

E non perché basta voltare le spalle o per l’impatto sulla nostra salute mentale dopo due anni di pandemia (da non sottovalutare), ma perché il fardello dell’uomo privilegiato è pur sempre il fardello dell’uomo bianco privilegiato, che ha interiorizzato una sorta di razzismo.

E dunque sentirsi in colpa per qualcosa che sta accadendo sul suolo europeo è lecito, ma allora dovremmo realmente sentirci in colpa per tutte le guerre che quotidianamente scoppiano e devastano nazioni di tutto il mondo, non soltanto quelle che percepiamo vicine a noi.

Perché non c’è il concorso della guerra più importante, così come non è possibile attribuire diverse fasce di “profughità” in questa competizione dettata dal potere.

Sembra quasi un déjà-vu: due anni fa tutto era una semplice influenza, fino a quando il virus non è arrivato da noi. Ecco, le guerre lontane da noi sono quasi ordinarie, alla stregua de “il mondo è così, non lo sai?”, mentre se arriva in una nazione che probabilmente molti di noi non sanno collocare sulla carta geografica dell’Europa allora c’è un problema. 

Siamo qui però per parlare di fundraising all’improvviso, e se sul punto precedente sono riuscito a fare chiarezza con me stesso (non pretendendo di fare lo stesso con chi legge), da fundraiser e potenziale donatore sono ancora nel pallone.

Cosa fare infatti, da fundraiser e da donatore, quando all’improvviso arriva la guerra?

In una qualsiasi lezione di un qualsiasi corso sul fundraising, una delle nozioni che viene ripetuta con più frequenza è quella di pianificazione. Ci vuole tempo per pianificare bene una campagna, un mailing, un post sui social media dell’onp. Quando arriva però, la guerra spariglia tutte le carte, e sembra non esserci altro di cui parlare, tutti gli sforzi sembrano dirottati verso l’emergenza bellica. Ma è davvero così?

In questi giorni mi sono infatti stupito positivamente per il numero continuo d’iniziative di solidarietà alla popolazione ucraina, dalle manifestazioni in piazza, ai monumenti illuminati, fino ad arrivare alle raccolte di cibo, medicinali e abbigliamento, e ovviamente alle raccolte fondi. 

La prima in assoluto che ho visto è stata quella che più mi ha colpito, purtroppo non in positivo.

L’obiettivo economico della raccolta fondi non era esplicitato, prevedibile in questo caso, ma l’intento era ben chiaro: supportare le forze armate ucraine, anche con l’acquisto di munizioni e armi di difesa necessarie. In pratica, chiunque poteva supportare l’Ucraina sovvenzionando l’acquisto di armi, la riproduzione in piccolo dell’intervento degli Stati dell’UE.

Sarò naïf io, ma la facilità con cui questa campagna ha iniziato a girare nella mia bolla social, soprattutto nelle storie d’Instagram, mi ha spiazzato. Non so se la necessità d’intervenire rapidamente e di fare ognuno la propria parte abbia fatto saltare questo passaggio, ma che sia di attacco o di difesa, ci siamo resi conto di essere potenziali finanziatori della guerra? 

Poi ho visto le campagne delle grandi organizzazioni, principalmente di chi è già sul campo o di chi si è attivato in passato per emergenze umanitarie.

Si tratta di onp che tra tutte le caratteristiche che ci possono venire in mente, ne hanno una fondamentale: la logistica. E’ stato ribadito più volte, e in parte ha contribuito a orientare la mia scelta: raccogliere cibo, medicinali e vestiti comporta una fase di stoccaggio non indifferente, che non tutte le onp possono permettersi, dal controllare la data di scadenza dei farmaci all’impacchettare alimentari.

Infine, la distribuzione sul territorio, che sia sul confine o nelle città ucraine ancora non toccate dai combattimenti. Non a caso, in alcuni post si è parlato anche di agire più efficacemente, donando o contribuendo alle raccolte di chi effettivamente ha i mezzi per poter far fronte all’emergenza. Ma di questo ne hanno parlato su LinkedIn sicuramente meglio, e io non devo e non mi sento di aggiungere nulla di nuovo.

L’unica riflessione che mi è venuta in mente è stata sulle piccole e medie organizzazioni e sulle loro reazioni all’emergenza.

Alcune onp hanno condiviso le campagne di cui sopra, altre hanno offerto la loro disponibilità ad accogliere profughi, altre ancora hanno lanciato delle proprie campagne di raccolta, fondi e di alimentari-medicinali-abbigliamento, partendo poi alla volta delle nazioni al confine con l’Ucraina per la distribuzione sul territorio.

Da qui nascono tanti pensieri, anche alcune domande senza una possibile risposta. 

Ammiro (e forse invidio, vista l’incapacità di reagire subito) la volontà di dare il proprio contributo in prima persona, di esserci e di essere accanto alle persone che verranno dimenticate dalla guerra. Allo stesso tempo mi chiedo, se come fundraiser dobbiamo tenere a mente l’efficacia e l’efficienza delle nostre azioni, per le piccole e medie organizzazioni tutto ciò che senso ha?

Adesso non voglio certo dipingere i fundraiser come dei mostri senza cuore, ma che ne è dell’impatto delle nostre scelte?

Ha senso raccogliere fondi o beni di prima necessità per qualcosa che non è al cuore della nostra mission, rischiando d’investire risorse e denaro e di apportare uno scarso contributo alla causa, quando magari avrebbe avuto senso fare rete, compattarsi, donare ad associazioni o realtà che hanno i mezzi per affrontare la situazione anche sul campo?

Tutte queste domande non vogliono stroncare sul nascere afflati libertari o di solidarietà, così come non hanno intenzione di manipolare la natura delle buone intenzioni che ha animato le persone delle organizzazioni. Anche perché, portare in Italia una sola persona in fuga vorrà dire aver avuto un impatto positivo sulla vita di quella persona, così come portare coperte a chi in questo momento non ha più una casa e si trova in un limbo d’incertezze, con la paura di non avere un futuro. E anche se scarso, sarà pur sempre un contributo. 

Forse questo basterebbe a incoraggiare le azioni e le spinte di ogni singola realtà che vuole dare una mano, a patto che non ci si dimentichi delle proprie cause e di tutte le storture contro le quali ogni giorno cerchiamo di dare il nostro contributo.

La guerra può anche sparigliare le carte, ma non cancella tutte le altre ingiustizie in giro per il mondo, anzi, le acuisce. 

Forse anche questo basterebbe, mettendo da parte per un attimo le nozioni di pianificazione, efficacia ed efficienza per lasciare spazio alla solidarietà, dimenticando la logistica. Vorrebbe dire dimenticare momentaneamente alcune parole fredde che sanno di ufficio spoglio e poco umano, per riempirci la testa di storie, persone e vissuti più caldi. In questa fase di emergenza, sarebbe responsabile da parte nostra? Io non ho una risposta, ma forse ragionando insieme a voce alta si potrebbe trovare un filo rosso che accomuni grandi, piccole e medie organizzazioni. Magari ci proviamo, una volta finita (speriamo presto) l’emergenza. 

Infine, sarebbe quasi pretestuoso dare consigli, ma forse quello che è valido per i mezzi di informazione sul conflitto russo-ucraino può valere anche per le donazioni: informiamoci, leggiamo bene per che cosa verranno utilizzati i fondi raccolti, verifichiamo i siti e affidiamoci a quelli ufficiali. Leggiamo bene i progetti, e poi decidiamo quale onp sostenere. Perché con la nostra donazione non sosteniamo soltanto la pace e le persone ucraine che stanno subendo la guerra, ma anche le organizzazioni che stanno offrendo il loro aiuto. Sta a noi fare questa scelta, politica o meno che sia.

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