Fundraising per i partiti: quali sono le sfide all’orizzonte?

Scarica o stampa questo post
I partiti politici dovranno fare fundraising. Stando alle notizie (per approfondimenti e analisi vi consiglio questo e questo) é in partenza l’esame del decreto che metterà la pietra tombale (davvero?) sul finanziamento pubblico ai partiti. Raffaele Picilli nel suo blog da anni parla di fundraising per la politica, al di là degli istintivi entusiasmi che titolo e breve della notizia possono provocare in alcuni. I partiti politici potevano già prima fare fundraising, ma come d’uso, finchè l’acqua non arriva alla gola uno non impara a nuotare. Ora che, in qualche misura, per fare attività di proselitismo i partiti dovranno fare raccolta fondi, all’orizzonte si aprono sfide (alcune enormi) invitanti e interessanti:

  • cultura prima della reputazione: negli italiani si è inoculata una sfiducia culturale nella politica e nei partiti. Un gran lavoro su identità, organizzazione e comunicazione sarà sufficiente a generare un cambiamento culturale pro-donazione ai partiti? Ad esempio, gli italiani si stanno abituando al 5×1000. Per il 2×1000 ai partiti la strada sarà in salita o in discesa?
  • reputazione prima del marketing: la reputazione generale dei partiti politici fa pietà (e ci mancherebbe). Se puzzi da 100 metri, indossare un bel vestito cambierà le cose? Ad esempio, potremo affidarci a previsioni costruite sui tradizionali 3 anni di investimento, pareggio e consolidamento dello start-up di fundraising?
  • marketing prima della raccolta: quanto un partito è capace e disposto a lavorare sul marketing, sul list building, sulla comunicazione, sul posizionamento, a individuare target? La storia ci insegna che forse questa è la parte più facile, molte formazioni lo fanno già e pure bene. Ma è proprio qui che si apre lo scenario più interessante, nel quale si profila la competizione tra i partiti e le organizzazioni no profit più comunemente intese…
  • etica durante la raccolta: e quando arriva il momento di chiedere soldi, i partiti che comunicazione e che metodi preferiranno? Per esempio, non è abitudine che due associazioni per definire la propria posizione si facciano la guerra a pubblicità comparativa. Ma in un’arena in cui i partiti sono uno contro l’altro e in cui le altre organizzazioni del privato sociale sono naturali concorrenti nella raccolta fondi, cosa ci toccherà vedere e sentire? I partiti sono abituati a mordere, dobbiamo aspettarci sorprese anche nei confronti del resto del no profit? Ma se un’atteggiamento aggressivo si traduce in risultati positivi di raccolta, chi porrà dei limiti all’azione di comunicazione e fundraising?
  • etica dopo la raccolta: come un partito dovrà rendicontare la propria raccolta fondi? Stesse regole che per il resto del non profit o qualcosa di più? L’occhio su questo aspetto è già ben aperto (guarda questa fantastica infografica e data center di Wired: ennesima prova che il cittadino ne sa, eccome se ne sa…), ma come si previene o almeno si limita il rischio immanente delle lobbysmo più spregiudicato?
Tante domande, poche o nessuna risposta. Su le antenne, in arrivo c’è molto da scoprire, da provare, da discutere… ma il punto di partenza, come disse Giancarlo Giannini è: cari partiti, “sono minchie amare!”.
Scarica o stampa questo post

6 commenti su “Fundraising per i partiti: quali sono le sfide all’orizzonte?”

    • Cara Maria, vero che c'è un'iniquità di fondo… la logica probabilmente è incentivare le donazioni ai partiti. Ma detto questo, è uno stimolo sufficiente a preferire di donare a un partito piuttosto che a un altro ente no profit. Oppure, è uno stimolo sufficiente anche solo per decidere se donare o no a un partito? Grazie!

    • se a qualcuno "avanzano dei soldi" per la logica del "volemose bene" donerà al partito (che magari lo puo' pure aiutare a raggiungere i suoi obiettivi) e detrarsi il 37% dalle tasse piuttosto che dare a una onlus (che aiuta i disperati che non contano) e detrarsi il 19%. Cosa ne pensi?

    • Certo, è uno scenario possibile. E infatti DEVONO emergere degli elementi normativi per prevenire queste formule di "scarico fiscale" e pure il rischio lobby. Cioè, deve essere pubblico chi (persone ed enti) dona a un partito, se non altro sopra delle soglie. Altrimenti è la massoneria e l'affarismo politico più puro.

  1. Caro Riccardo, raccolgo il tuo invito e provo a dirti la mia.Di fundraising per la politica mi sto occupando da inizio 2013, su progetti diversi ma tutti connessi all'idea di coinvolgimento e di raccolta fondi.Quello che penso sulla legge l'hai scritto nel tuo post, e dunque non mi ripeto. Ti dico, invece, qual è la mia esperienza.La cultura interna alle organizzazioni: quello che ho visto ricalca, in linea di massima, qualcosa con cui ormai da qualche anno mi confronto. Ovvero un vertice interessato ma, spesso, ancorato a qualcosa che è profondamente mutato, e che fa fatica ad immaginare – e ancor di più a fare – azioni diverse da quelle a cui è abituato. In termini di acquisizione e coltivazione di potenziali stakeholders (non donatori, siamo al livello ancora precedente), di coinvolgimento, di utilizzo degli strumenti di comunicazione per informare e sensibilizzare chi non è già (o ancora) vicino all’organizzazione. E, soprattutto, una sostanziale chiusura – in buona fede – e autoreferenzialità rispetto all’esterno. Per cui se non sei dentro fai fatica a comprendere la logica di quel che viene fatto e, soprattutto, non vedi l’organizzazione come un centro di riferimento per tutta una serie di questioni.Occorre lavorare tantissimo, ma qui è grosso modo lo stesso discorso che vale per il nonprofit diverso dai partiti.Quello che scrivi mi vede d’accordo su tutto. La questione della defiscalizzazione è, a mio parere, sicuramente una cosa veramente sgradevole e che personalmente ritengo si trasformi in una sorta di autogol (vista la percezione dell’utilità dei partiti nell’opinione comune). Ma, ancora prima di questo aspetto, c’è tutto quello che viene prima del fundraising e di cui parli tu: la reputazione, il coinvolgimento, la cultura e il contesto, l’etica (messa come ultimo punto ma che fa da sfondo a tutto quanto il processo). Ho sentito ieri sera in una trasmissione che occorreva prevedere un cambiamento da subito: io ritengo, invece, che 3 anni siano pochissimi per cambiare uno storico consolidato, recuperare un gap di reputazione che è più che pessima (non sempre, non per tutti), diffondere una cultura orientata in modo diverso.Bisognava partire, però, in qualche modo. Staremo a vedere, indubbiamente.Io ho diversi progetti sul tema per il 2014, e se hai piacere ti aggiorno “dal campo”.Grazie, intanto, per averne parlato in maniera così chiara ed esaustiva. A presto!Simona

    • Carissima Simona, davvero: questo tuo commento è così prezioso! Un post nel post, dalla viva voce dell'esperienza sul campo. Già, come si fa a creare un cambiamento positivo? E non nell'immagine, che è una cosa da markettari puzzolenti, ma nell'identità? E un professionista può rivestire il ruolo di chi incide sull'anima? Io penso di no, ma sarà curioso vedere e partecipare… grazie infinite!

Lascia un commento a questo articolo. Dì la tua!