Climate Social Camp: quando la raccolta fondi parte da zero e diventa un evento europeo

Climate Social Camp: quando la raccolta fondi parte da zero e diventa un evento europeo

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Articolo dello chef du fund Giacomo Molinari. Grazie!


“Aspetta che provo a riordinare i pensieri…”

La chiacchierata con John inizia così, cercando di mettere ordine alle idee di fronte ad un piatto di superbe orecchiette ai broccoli e pecorino e a degli ottimi paccheri al ragù, entrambi sfornati dalle cucine del Cecchi Point.

Trent’anni, lunghi capelli castani (che iniziano a striarsi di grigio) barba e occhialetti tondi, Andrea John Dejanaz è un vecchio amico, conosciuto una decina di anni fa grazie ad amici comuni che bazzicavano fra la Facoltà di Agraria e quella di Scienze Naturali che io, antropologo confuso, frequentavo spesso.

Valdostano trapiantato a Torino, John si guadagna da vivere facendo il professore di scienze e matematica alle Scuole Medie ma la maggior parte del suo impegno lo dedica al movimento dei Friday’s For Future (di cui in avanti FFF nel testo), di cui è uno dei volti più riconoscibili: una scelta di attivismo che ha radici profonde, arricchita da una particolare vision da fundraiser dovuta all’esperienza di corsista di Talenti Per il Fundraising vissuta durante l’edizione del 2018.

L’oggetto della nostra chiacchierata mangereccia è un evento che ha segnato l’estate torinese 2022, il Climate Social Camp: un raduno sviluppatosi a partire dal meeting europeo dei Friday’s (ospitato proprio a Torino), che ha visto la presenza di migliaia di persone provenienti da diversi Paesi nel mondo, tutte accolte negli ampi spazi verdi del Parco della Colletta.

Condividendo la visione strabica da attivisti e fundraiser, ci siamo concentrati sugli aspetti economici e organizzativi che una grande macchina come quella approntata per il Climate richiede, cercando di trarne indicazioni e riflessioni utili per il lavoro quotidiano nei nostri piccoli uffici: per chi ritenesse che la definizione di “piccolo ufficio di fundraising” non possa applicarsi ad un’organizzazione apparentemente gigantesca come i FFF, rimando al disclaimer al termine della nostra narrazione.

Ma dicevamo, il Climate: come nasce l’idea di questa iniziativa e che tipo di strategia è stata adottata per renderla possibile?

Quando abbiamo iniziato sapevamo che stavamo organizzando un evento grande” mi spiega John “ma onestamente non pensavamo fosse COSI’ grande: all’inizio è nato come l’edizione italiana del meeting europeo di Friday’s (il che significa una settimana di lavori “congressuali” organizzata per circa 500 delegati dall’Europa e dal mondo), ma lavorando all’organizzazione abbiamo deciso di provare ad aggiungere qualcosa.

Ed era difficile! Già il “solo” meeting prevedeva che trovassimo le risorse per garantire ai delegati che non potevano permetterselo di poter partecipare all’evento: biglietti di treni e aerei, cibo e pernottamento, attività dovevano essere tutte coperte per renderle il più possibile gratuite.

Ma poi ci siamo detti che così facendo sarebbe risultato comunque un evento “chiuso”, aperto al massimo ai Friday’s (ma nemmeno a tutti), per poter mantenere una rappresentanza numerica omogenea fra i rappresentanti dei vari Paesi.

Ci dispiaceva, sarebbe stato un peccato…avremmo perso l’occasione di cercare di estendere la discussione sui nostri temi al resto della società civile: movimenti, associazioni, persone da Torino e da tutta Italia che ci premeva di invitare a riflettere con noi.

Da qui nasce l’idea del Climate Camp: dalla volontà di affiancare il meeting europeo ad un momento che potesse essere anche il collante di una certa idea di società.

E’ chiaro però che allargare così tanto il raggio d’azione complicava e non poco l’organizzazione: avremmo dovuto convocare esperti, organizzare tavoli di lavoro e attività, costruire concerti ed eventi serali per rendere tutto più “fico” e attrarre una parte di popolazione che non fosse necessariamente coinvolta in prima persona con la tematica della salvaguardia del clima.

Bisognava capire dove poter allestire una gigantesca area tende, che tipo di permessi servivano, che tempistiche…insomma bisognava fare delle stime, della mole di lavoro ma anche delle risorse economiche necessarie a mettere in pista tutto.

E le abbiamo fatte, ma in corso d’opera: prima abbiamo iniziato a lavorare all’organizzazione e solo successivamente alla campagna.

I fondi sono arrivati da tante strade diverse: una prima parte ci sono stati donati dai FFF svizzeri, che avendo gestito il meeting dell’anno precedente avevano ancora un disavanzo economico da destinare a quello successivo. Quando ho parlato con loro mi hanno raccontato di un “mondo” della raccolta fondi molto diverso dal nostro: nonostante fossero in Svizzera (notoriamente uno dei Paesi con il costo della vita fra i più cari in Europa) hanno ottenuto così tanto successo con la loro campagna da dover chiedere ad un certo punto di smettere di sostenerla perché avevano già raccolto la cifra necessaria per le attività.

E pur facendo così sono riusciti a girarci un disavanzo di 50.000 euro! 

Che sembrano tanti, ma se calcoli che ne abbiamo spesi più di trentamila solo per i rimborsi dei biglietti di viaggio…insomma, quella cifra ci ha permesso di partire facendo fronte alle uscite necessarie per pagare gli anticipi di una serie di servizi, ma chiaramente non era sufficiente.

Allora abbiamo iniziato ad organizzarci.

Come prima cosa, abbiamo creato una associazione (“Giustizia Climatica Ora!” ndr) che potesse gestire anche formalmente il peso organizzativo della struttura (i FFF sono un insieme di collettivi informali privi di autonomia giuridica): dopodiché abbiamo preso contatti con una serie di realtà impegnate sul tema del clima e dell’ambiente (Legambiente, Greenpeace, la Cooperativa Arcobaleno, Banca Popolare Etica…) che hanno iniziato a sostenerci in modi diversi. 

In alcuni casi donando direttamente delle piccole cifre in sostegno al progetto, in altri offrendo servizi in kind in grado di abbattere alcuni costi (per esempio contribuendo ad acquistare una parte dei titoli di viaggio per gli attivisti europei).

Il costo totale dell’iniziativa ha superato i 130.000 euro, le risorse da recuperare erano tante!

Abbiamo voluto coinvolgere nel processo organizzativo anche il Comune di Torino e la Città Metropolitana, che ci hanno sostenuti concedendoci il patrocinio gratuito e una serie di attività di supporto: dalla fornitura di materiali come tavoli, sedie, griglie espositive all’aiuto nell’elaborazione della documentazione formale necessaria per mettere in pista tutte le attività…compiuti questi passi preliminari, ci siamo dedicati alla creazione della campagna vera e propria.

A tal proposito, ci tengo a ringraziare Pasquale Pellegrino, altro ex corsista TPF che ci ha dato una grossa mano per strutturare l’attività di raccolta fondi, che da subito abbiamo costruito su due binari paralleli: uno digitale, attivando un account premium con Rete del Dono per ospitare la pagina di raccolta, e uno fisico attraverso la creazione o partecipazione ad una serie di eventi utili a sponsorizzare l’attività.

Siamo un nutrito gruppo di volontari molto giovani, il che ha aiutato nell’immaginare le azioni pubbliche: dalle biciclettate per la città, realizzate coinvolgendo le librerie indipendenti come punti di snodo e di presentazione del movimento, alle serate in Università, alla partecipazione a concerti e festival estivi che ci hanno consentito di installare banchetti espositivi per parlare dell’evento… tutta l’organizzazione era pienamente consapevole della necessità di partecipare alla raccolta fondi, come si insegna durante le lezioni dei corsi di fundraising, anche se non sempre è poi facile riuscirci davvero.

Innanzitutto tutti i nostri volontari hanno donato: il che ci ha fatto partire con qualche soldo (la famosa “regola” che dice di raccogliere il 20% della richiesta di un crowd entro la fine della prima settimana, ndr) e tutti hanno chiesto ad amici e parenti di donare. Magari non l’avrà fatto il 100% delle persone…ma parliamo di un’ottantina di volontari che hanno attivato le loro reti private! Il che aiuta.”

John è un fiume in piena, ma la registrazione si interrompe temporaneamente: sono arrivati i secondi e per qualche minuto i nostri pensieri sono assorbiti da un mix di verdure in padella e da delle croccanti patate al forno che meritavano una degna attenzione.

Fra un boccone e l’altro, il racconto sulla campagna del Camp riprende con la stessa fluidità di prima.

“…tutte le realtà coinvolte hanno condiviso la campagna sui loro canali, il che ci ha aiutato nel provare a bucare la “bolla” della nostra ristretta cerchia.

Abbiamo anche contattato alcuni influencer per chiedere loro di parlare della campagna sui loro canali ed è successa una cosa curiosa: abbiamo scoperto, quasi per caso, che molti di loro (anche quelli che non si occupano di clima) avevano deciso in autonomia di sponsorizzarci! Ricordo che mia sorella, che in quei giorni si trovava in Spagna, mi chiamò un giorno per dirmi che aveva visto una influencer, una delle sue preferite, parlare del Camp in un reel ed era rimasta piacevolmente colpita da questo fatto. 

Insomma, la macchina si era ormai messa in moto e si muoveva secondo canali autonomi. 

Le newsletter di FFF hanno funzionato molto: saranno anche uno strumento “classico” ma hanno davvero attratto un sacco di donazioni…osservavamo che dopo ogni invio le donazioni salivano immediatamente, in maniera consistente.

Anche l’asta solidale, organizzata grazie alle donazioni di alcuni artisti che hanno messo a disposizione le loro opere, ha aiutato: fra tutti non posso che ringraziare Zerocalcare, il quale ha anche creato il logo del Camp apparso sui gadget venduti durante l’evento.

Se invece vogliamo concentrarci sulle cose che NON hanno funzionato, ti direii rapporti con le aziende (speravamo che alcune dessero un contributo, ma non abbiamo ricevuto molto, direi quasi nulla) e purtroppo nemmeno il personal fundraising: di questo mi spiace perché ci credevamo molto, pensavamo potesse funzionare coinvolgendo in questa azione le diverse sezioni di FFF degli altri Paesi europei.

E’ interessante provare a capire cosa non è andato…avevamo chiesto a ciascuno di loro di aprire una pagina e provare a raccogliere 500 euro: una cifra minuscola, ma che moltiplicata per il numero di Paesi partecipanti avrebbe aiutato.

Purtroppo però molti di loro non hanno organizzato le campagne e anche chi lo ha fatto non sempre è riuscito a farle funzionare.

Hanno pubblicato post sui loro canali ma poi non hanno spinto, non ci hanno “messo la faccia” e questo ha inficiato il risultato della raccolta: ce ne siamo accorti soprattutto confrontandoci con il risultato sul territorio torinese, decisamente positivo. 

Credo sia per via della questione dei “cerchi concentrici”. 

Dopotutto noi ci siamo immersi in questo progetto h24 per svariati mesi…le persone delle nostre vite avevano ben presente di cosa stessimo parlando! Evidentemente questo tipo di attività non ha funzionato in altri contesti, generando confusione e non garantendo successo durante la raccolta. 

Per finire, ti direi che è stata una bella avventura…mi ha dato molto da pensare.

Per esempio al fatto che la questione della consapevolezza delle risorse necessarie ad organizzare un evento come questo sia una tema importante e poco conosciuto anche per chi si occupa di attivismo e azioni sociali: ricordo per esempio una ragazza del movimento che, al raggiungimento di 10.000 euro (il primo traguardo che avevamo stabilito per la raccolta) era felice, contenta. Credeva che con quella piccola cifra avremmo coperto tutte le spese necessarie all’organizzazione del Camp: quando le ho detto che con quella cifra avremmo sostenuto a malapena la spesa per i bicchieri del bar ci è rimasta malissimo!

Ci siamo accorti in corso d’opera di quanto sarebbe stato necessario portare il ragionamento su un altro livello, anche per noi: pensa che la stessa Polizia, quando siamo andati in Questura a chiedere i permessi per la manifestazione, si è chiesta e ci ha chiesto chi ci finanziasse…non capivano dove avremmo preso i soldi per fare tutto.

È stato difficile far capire che avremmo finanziato tutta l’iniziativa grazie al sostegno delle persone…è tanto semplice quanto assurdo, se ci pensi. Sarà che in genere gli eventi di questo tipo vengono organizzati da realtà di professionisti che devono farci del profitto…quindi bisogna guadagnare MOLTO di più. Se l’evento costa 100.000 euro, bisogna provare a raccoglierne almeno 300/500 mila! 

Noi siamo tutti volontari, nessuno si è tenuto un centesimo per tutto il lavoro svolto (anzi, abbiamo contribuito in prima persona!) e questo ci ha permesso di contenere le spese”.

Il pranzo è finito, la registrazione pure.

Mentre andiamo verso la cassa per pagare e salutarci, rifletto sulla domanda stupita posta dai funzionari della Questura…”come fate a far saltare fuori tutti questi soldi?”

Il modo in cui ci procuriamo le risorse per realizzare i nostri progetti è squisitamente politico: che si tratti di una attività di supporto per persone in condizioni di fragilità o di reperire quanto ci serve per organizzare un Festival sulla questione climatica, le scelte che compiamo per sostenerci fanno la differenza, esattamente come la maniera di gestire quanto le persone scelgono liberamente di affidarci dai loro risparmi e guadagni.

Una bella responsabilità, di cui discutere di più e meglio dentro ogni organizzazione.

 

PICCOLO DISCLAIMER SUI FRIDAY’S FOR FUTURE

Potrebbe sembrare fuori luogo parlare di una campagna dei Friday’s For Future – un movimento diffuso su scala planetaria, in grado di portare in piazza decine di migliaia di persone – in un blog dedicato alla raccolta fondi per le piccole organizzazioni.

In realtà osservando da vicino questa organizzazione ci si accorge di quanto questa definizione possa adattarsi anche a loro: parliamo di un movimento di giovani (spesso giovanissimi, molti minorenni), fluido e quindi privo di un apparato strutturale che risponda strumentalmente ad alcune esigenze. 

Quasi nessuno di loro è un professionista del sociale (la maggior parte sono studenti delle scuole superiori!) che costruiscono attivismo nei ritagli di tempo fra la scuola, l’Università, i primi lavori: ma intorno al movimento ruotano alcune persone – John è un esempio paradigmatico – che per età anagrafica ed esperienze pregresse possono apportare un contributo in più, in grado di sostenere la spinta energetica e creativa che un corpo sociale tanto magmatico e tumultuoso è in grado di offrire.

Anche da questa particolare situazione è nata la necessità di creare una associazione come “Giustizia Climatica Ora!”, che potesse rispondere più adeguatamente ad alcune necessità operative e sfide strutturali.

Si tratta di un delicato equilibrio fra locale e globale, micro e macro, attivismo e professionismo: un mix affascinante e difficile, in grado di svilupparsi esponenzialmente nel tempo, se accompagnato e partecipato.

 

Foto da: iconaclima.it

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