“Il primissimo aiuto che viene dato ai beneficiari”: il fundraiser visto da tre (potenziali) donatori!

“Il primissimo aiuto che viene dato ai beneficiari”: il fundraiser visto da tre (potenziali) donatori!

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Articolo del nostro chef du fund Liborio Sacheli. Grazie!


Buon Natale Fundraisersss!

No, non sono impazzito!

Semplicemente mi sono ritrovato a passare il Natale in compagnia della Covid-19, per cui pubblicare quest’articolo un mese dopo mi fa sentire quell’aria natalizia che, ahimé, non ho respirato! 

Scherzi e pietismi a parte (in fondo è andato tutto bene), ho festeggiato il Natale con la mia famiglia in ritardo di qualche giorno, per l’Epifania.

Vi starete dunque domandando “e quindi????!!!

Ebbene, dopo il quarantaduesimo antipasto, la terza porzione di lasagne, l’ottavo “spinciu” alla ricotta (chiedete a Dr. Google) e la seconda fetta di panettone è arrivata la fatidica domanda.

Proprio quella.

“Ma quindi che lavoro fai?”

In un attimo tutte le competenze di problem-solving, gestione della crisi e dello stress riportate sul CV sono sparite. E mò come glielo spiego?

Ho fatto un lungo respiro, e raschiando il fondo del panettone al moscato mi sono ricordato che mia nonna Angela era una donatrice seriale, altro che regolare e Sepa! 

Ho chiesto dunque a mia zia di tirare fuori dal cassetto tutti i mailing (per comodità le chiamerò lettere) che lei e la nonna avevano ricevuto nel corso degli anni, per fare l’esperimento che segue. Sta a voi decidere se è riuscito oppure no!

Prima però di proseguire con le domande, una nota esplicativa:

ho posto delle domande preliminari su mailing e donazioni, a cui hanno fatto seguito delle domande specifiche sulle lettere che mia mamma, mia zia e mio fratello avevano rispettivamente scelto.

Da lì ho cercato di ragionare insieme a loro sulla figura del fundraiser, provando a tirarne fuori un identikit e un ipotetico stipendio. Insomma, un sondaggio fai-da-te con un campione ristretto, ma che ha sollevato alcune questioni interessanti, almeno per me. Via con le domande!


Prima batteria di domande!

Quanto leggi queste lettere?

– Quante ne butti via? Perché tieni le altre?

– In base a cosa scegli a quale lettera rispondere con una donazione?

Zia: Solitamente le leggo quando so di che cosa si tratta o immagino che ci sia una donazione da fare, anche se questo Natale non le ho lette tutte, erano troppe! 

Mi aspetto di riceverle se faccio una donazione, per cui le leggo con piacere, anche se ho ricevuto alcune lettere da enti a cui non ho mai donato, e non so il perché (liste elettorali, broking, etc. – ndr). 

Sono passati anni da quando ho fatto le prime donazioni: ricordo che, quando lavoravo in una farmacia, andavo io in posta a “pagare i bollettini” del proprietario, e coglievo l’occasione per fare anche le mie donazioni. Ricevo ancora oggi alcune lettere da quegli enti, anche se non dono come prima (e alcuni me lo fanno notare, “è da tempo che non ho tue notizie”, oppure “mi permetto di darti del tu anche se non ci sentiamo da tempo”). 

Ricordo anche le lettere che riceveva la nonna, che donava per i fatti suoi, solitamente a enti religiosi o che fornivano assistenza a persone con disabilità… oggi alcuni enti inviano ancora le lettere alla nonna, anche se è morta da tempo, mentre altri non li conosco… non so dove prendano i nominativi!

Per rispondere alla seconda domanda, non butto via solitamente le lettere, e anche se non faccio una donazione le tengo tutte…ma non riesco a leggerle tutte!

Di solito dono a enti che non sono molto conosciuti, che magari non passano in televisione… magari sbaglio, ma se fanno tanta pubblicità probabilmente ricevono più donazioni, per cui preferisco donare a chi è meno conosciuto.

Il discrimine è dato dalla concretezza del mio gesto, ovvero da quelle donazioni che possono essere immediate, un pasto caldo, qualcosa di concreto, un aiuto tangibile! Queste lettere mi fanno riconoscere di essere più fortunata rispetto ad altre persone, per cui voglio aiutare. 


Passiamo alla seconda fase. Abbiamo letto tre mailing diversi (senza fare i nomi dei relativi enti) e abbiamo provato a capire alcune caratteristiche di chi scrive ‘sti benedetti mailing.

Seconda batteria di domande! Dopo aver letto il mailing:

  • Come ti senti?

  • Qual è la prima cosa che faresti? Perché?

  • Dopo aver donato, come ti sentiresti? Ci sarebbe una differenza tra prima e dopo?

 

Mamma: mi sento fortunata per quello che ho, a volte mi lamento pensando a quello che devo preparare/organizzare oppure mi ritrovo a dover buttare il pane… e penso a chi quel pane non ce l’ha, è una mia ossessione. E mi ricorda i vecchi tempi, quando andavi in bottega e compravi un po’ di formaggio e un po’ di pane e il pasto era completo… adesso invece abbiamo troppo, sprechiamo troppo e non siamo mai contenti, quando invece abbiamo già tutto. 

La prima cosa che farei è di non lamentarmi, perché questa lettera mi riporta alla realtà, e mi rendo conto di quante persone ci siano al mondo ad avere fame. Farei una donazione perché spero che possa servire a qualcosa e sostenere le persone che ne hanno bisogno. Mi sentirei più appagata e un po’ più felice, perché so che una persona ha mangiato!

(A questo punto fa una riflessione spontanea sui gadget, ndr) Mi fa piacere che mandino dei “regalini”, ma allo stesso tempo rifletto sul fatto che i soldi spesi per comprarli e spedirli potrebbero essere donati alle persone che ne hanno realmente bisogno.

 

Fratello (si concentra sul layout, sul sottolineato nella lettera e fa una riflessione): se leggo quello che è sottolineato non mi pare di avere un senso completo, ci sono alcune cose più esplicite che andrebbero sottolineate per porre ancora di più l’accento sulla causa (forse che in alcuni casi lo show don’t tell non sia utile? ndr). Ho scelto questo ente perché mi sento più vicino alla causa, ho studiato la LIS e il braille, in più ne ho sentito parlare a scuola da persone che credono nella loro azione e che non ci guadagnano nulla dal farlo. Anche io mi sono sentito fortunato rispetto a determinate persone che non possono affrontare la vita come la affrontiamo noi ogni giorno. 

C’è un bel mix di emozioni, provo diverse cose, anche se non apprezzo l’esagerazione, ad esempio di alcuni spot televisivi, con immagini e voci in sottofondo che caricano le parole di intensità. 

La prima cosa che farei è documentarmi di più sulle patologie che hanno alcuni bambini, e in seguito valuterei se fare delle donazioni o donare il mio tempo in associazioni di volontariato (cosa che preferirei, perché ammetto di essere un po’ diffidente). Mi sentirei utile donando il mio tempo.

(Riprendendo quanto detto sopra) Dentro alla busta c’erano dei gadget, penso siano utili perché ti spronano a donare di più, forse perché la persona che li riceve si sente gratificata e ringraziata… dipende dal gadget, in alcuni casi mi chiedo perché inviarli, forse sarebbe più opportuno non farlo e donare direttamente a chi ha più bisogno, in fondo sono sempre soldi in più da poter utilizzare a sostegno della causa.

 

Zia (in autonomia, mi parla dei cost example): non mi convincono onestamente queste cifre, ogni persona deve donare quello che può, così mi sento vincolata e in difetto se non dono almeno la prima cifra indicata, per cui se il progetto mi piace dono quello che voglio (anche perché nel bollettino lo spazio per la cifra è vuota). E’ chiaro, se ho diverse cause, dovrò donare di meno a ciascuno, e questi esempi mi vincolano. A ogni modo, dopo aver letto la lettera sento un profondo dispiacere per le persone che, fortunatamente, verranno aiutate con questo progetto.

La prima cosa che farei è donare, anche se devo valutare anche le altre lettere che mi sono arrivate, perché dovrò fare delle scelte. Mi sentirei appagata, perché almeno per un giorno quella persona ce la farà, potrà vivere e mangiare.

(Riprendendo quanto detto sopra) penso che il gadget sia azzeccato se coerente con il contenuto della lettera, ma penso sempre ai costi. Anche in questo caso mi sentirei in difetto, come se dovessi colmare una spesa che loro hanno compiuto. 

A questo punto, faccio notare loro che inconsapevolmente hanno scelto tre enti che utilizzano tre modi diversi di rivolgersi al donatore, VOI – LEI – TU.

In maniera spontanea, affermano che il tu li fa sentire più vicini e in confidenza, mentre il lei presuppone un rispetto maggiore. Non pensano però che possa cambiargli la vita e la decisione, se la causa è valida non pensano che il tu o il lei possano influenzare la scelta. Preferiscono il lei, soprattutto in un approccio iniziale.


Dopo il mailing, è arrivato il momento di confessare: ebbene sì, anche io ne scrivo qualcuno! Quindi gli faccio presente che chi fa fundraising ogni tanto si ritrova a scrivere lettere come queste, in cui presenta un problema e fa un appello.

Arrivano quindi le ultime due domande, ovvero:

– Che cosa fa un esperto di raccolta fondi?

– Quanto è giusto pagarlo?

 

Risposta Collettiva: Le persone come te in pratica invogliano gli altri a fare qualcosa, in questo caso aiutare altre persone. Per farlo, è fondamentale saper spiegare e raccontare bene le storie e i progetti, oltre a saper consigliare le persone circa i progetti da sostenere. Insomma, il fundraiser è un tramite tra la persona che dona/futura donatrice e l’associazione. Forse è il primissimo aiuto che viene dato ai beneficiari (ammetto di essermi un po’ sciolto qui, ndr).

Per quanto riguarda lo stipendio, sarebbe giusto avere uno stipendio fisso al mese, più delle premialità, perché magari in alcuni casi è giusto premiare dei risultati. Non può essere però un lavoro a percentuale (giuro non gliel’ho detto io! ndr), perché in alcuni casi i risultati non sono quantificabili.

E quindi i soldi per pagarli da dove arrivano? E’ giusto pagare le persone che si occupano di raccolta fondi con una parte delle donazioni?

 Sì, perché è il primo passo per far sì che quel progetto, quell’ente, quella causa ricevano donazioni e siano conosciute. Altrimenti, senza il fundraiser, rischierebbero di non poter realizzare i loro progetti.


Giunto alla fine di questa insolita chiacchierata con la mia famiglia, cosa posso portarmi in ufficio (senza generalizzare)?

  • le persone che donano possono aspettarsi di ricevere qualcosa dopo una donazione, e non necessariamente un ringraziamento! Anche se, ovviamente, gli farà piacere 🙂
  • alcune persone (non tutte) si accorgono di ricevere lettere da enti a cui non hanno mai donato, per cui se gli indirizzi arrivano dalle liste elettorali o comunque dal broking di liste, chiediamoci se ne valga realmente la pena e se a chi sta dall’altra parte possa dare fastidio;
  • controllare il database periodicamente fa sempre bene, bisognerebbe prendersi delle giornate apposite per farlo, visto che si rischia di fare figure barbine!
  • come avviene nelle campagne di crowdfunding, un obiettivo concreto e facilmente visualizzabile può essere vincente!
  • i gadget possono invogliare le persone a donare, ma forse potremmo essere più trasparenti e far capire loro quanto ci costano. E’ un loro diritto saperlo? Pensiamoci!
  • quando scriviamo delle lettere e ci mettiamo dentro storie ed emozioni stiamo raccontando alle persone la realtà per com’è. Lo apprezzano, e di questo ci ringraziano.
  • spesso il mailing è volto a raccogliere donazioni, ma quante volte possiamo utilizzarlo per fare peopleraising?
  • ci diciamo che i cost example sono un modo nudging per raccogliere più donazioni, ma è veramente così?
  • usiamo tanti strumenti per rendere più efficace ed efficiente il nostro lavoro, ma ogni tanto dovremmo ricordarci che noi stessi siamo uno strumento che suona e comunica. E se lo facciamo bene, saremo veramente persone che chiedono a persone per aiutare altre persone.

Buon 2022 Fundraisers, avanti tutta! E fateci sapere se l’esperimento è riuscito o meno 🙂

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